Alla sua polizia bastavano pochi gendarmi prepotenti ed insieme indifferenti nell'arbitrio: il resto dell'esercito era una comparsa teatrale necessaria a simulare la difesa per denunciare l'attacco all'Europa monarchica e darle tempo d'intervenire.

Quando la caduta del secondo impero ci permise di conquistare comodamente Roma, la minima città leonina fu lasciata al pontefice; ma il cardinale Antonelli, che conosceva bene l'urbe, n'ebbe paura, e si affrettò a restituire il dono pericoloso, chiedendo al governo invasore garanzie di vigilanza militare.

Quella fu la vera, grande rinunzia, inavvertita.

D'allora il problema non ha mutato ingrossando. Roma supera già il mezzo milione d'abitanti e supererà il milione a mezzo il secolo: la sua popolazione è italiana, vive di politica, di traffico, d'idee, di carattere italiano: ha un governo, un municipio, tutti gli organi della modernità: la vita vi è libera, l'orgoglio della vita sale tutti i giorni.

Se per uno scherzo cattivo voi cedeste improvvisamente Roma al papa, questi non potrebbe accettarla. Come accetterebbe? Come soffocherebbe tutte le forme e le coscienze nuove nell'inerzia e nel silenzio antico? Una rivoluzione di piazza scoppierebbe subito, violenta, irresistibile, trionfante: con quali armati, con quali armi resisterebbe il papa? A chi chiederle? Alla Spagna, che non ne ha, alla Francia che perseguita la religione cattolica, all'Austria domani vacillante forse nella vacanza del trono, e che non potrebbe più, fra le gelosie europee, ritentare una conquista o soltanto un primato in Italia?

Il papa lo sa: non abdica, ma non pretende; a piccole distanze attenua la vecchia affermazione e la smentisce quotidianamente nei fatti.

Ha permesso, ha voluto che i cattolici votino accettando Roma e la monarchia, perchè nella bufera delle incredulità che sale mugghiando dal basso, nell'oscillare e nell'esaurirsi del principio e della forma monarchica, sente di rimanere la più antica, la più alta, forse la sola autorità. I re regnano per mandato popolare, egli sovrastava al popolo per mandato divino: contro la sua potestà rimbalzavano i colpi scagliati sulle monarchie, contro la tradizione divina si accaniva la rivolta alla tradizione regia o soltanto statale, contro la tragedia cristiana vociavano le speranze del nuovo paradiso terrestre. Non Roma egli voleva più capitale del minimo inane regno temporale, ma una riconquista ideale della nuova società, un'altra azione sui popoli, un'altra influenza sui governi, un altro impero nella storia.

E i cattolici votarono, e nella camera penetrò il manipolo dei loro deputati.

Fu bene?

Credo.