Il vecchio glorioso partito liberale, che compose l'Italia rivoluzionandola, si era esaurito nell'opera: davanti all'allargamento del suffragio politico si sentì sprovveduto, non sapeva i modi e non li aveva forse per sedurre le nuove masse, alle quali tribuni e demagoghi, nella facile ubbriachezza dell'immediata sovranità, prodigavano la illusione di tutti i poteri e la viltà di tutte le seduzioni. Lentamente il vecchio, glorioso partito liberale indietreggiò, diminuì, non rimase più che un'accademia: partito composto soltanto di uno stato maggiore, destinato egualmente al comando dalla superiorità del proprio personale e oramai nell'impossibilità dì avere un esercito.
Allora lentamente, inavvertitamente il partito cattolico scese nell'arena: si volse al popolo, fondò società di mutuo soccorso, banche, sodalizi, instituti: si disciplinava, si preparava. Pochi avvertivano la novità, quasi tutti la spregiavano. Si credeva che fossero antichi clericali, sempre nemici della patria, che ripretendessero Roma, che richiamassero a grandi strida lo straniero. Poi una sottile vena democratica vi si infiltrò: il popolo specialmente delle campagne ascoltava e accettava; si conquistarono i primi municipii rurali, le mediocri città; il partito improvvisava una stampa, conferenze e conferenzieri, si preoccupava del lavoro e dell'emigrazione, aveva un'avanguardia d'impazienti, una dottrina, un programma.
Dalle elezioni municipali salì a quelle politiche. Nella piazza allora l'odio amico rifiammeggiò; democratici plebei e giacobini borghesi si coalizzarono contro l'avvento cattolico, ma presto una verità insospettata rifulse: senza i voti dei nuovi cattolici pochi liberali, anche fra i più illustri, avrebbero potuto conservare il proprio seggio nel municipio e nel parlamento.
Poteva essere umiliante, ma era così: la storia non è mai in difetto. Con chi, con che avrebbe essa resistito allo straripare delle nuove correnti plebee?
La tradizione solamente poteva arginare la ribellione, rendendo così feconde le acque e permettendo al disopra del loro tumulto fangoso la visione della verità ideale. L'accusa ai liberali di tradire la gloria del passato e le necessità del presente nell'alleanza coi cattolici, che pure accettavano, malgrado ogni effimero equivoco della parola superiore, la rivoluzione nelle sue conseguenze storiche, meritava appena l'onore di una risposta. I superstiti repubblicani di Mazzini non entravano per passione elettorale nel fascio dei marxisti, dimenticando tutta la vita e la dottrina del maestro? I radicali, che si affermavano e sono monarchici, non chiedevano spesso il voto ai socialisti e più spesso non lo davano loro?
La bandiera unificatrice dell'anticlericalismo aveva troppi colori e troppi emblemi per essere intelligibile e quindi vera: poteva essere indispensabile nelle dimostrazioni di piazza, non diverrebbe mai stendardo di guerra nazionale e ideale.
La storia, al solito, aveva provveduto equilibrando idee e fatti, abbinando le correnti, sostituendo e creando, e la storia è infallibile come la vita.
Roma non può essere più conquistata da alcun nemico, nè italiano nè straniero, e la libertà, più eterna di Roma, non teme i nuovi cattolici.
— Entrate, signori — diremo loro noi vecchi liberali — e tirate pei primi.
I gentiluomini francesi non gridarono così ai soldati inglesi prima della battaglia, a Fontenoy?