18 aprile 1909.

FINALMENTE

Il principe di Bülow è caduto, e nel parlamento, negli alti consigli, a corte, nei grandi palazzi, nei grandi giornali, nei grandi partiti una gioia di liberazione sembrò sollevare i cuori e gli spiriti. Improvvisamente il dominatore apparve solo nel mezzo di una rivolta sempre incerta della propria vittoria, ostinata nelle difese quanto guardinga negli attacchi, e dispari nei motivi di interessi e di idee.

Il pretesto è stato di finanza, l'ultimo disegno d'imposta presentato dal gran cancelliere per sopperire al disavanzo creato dall'enorme aumento delle spese militari, e il disegno colpiva l'alta classe conservatrice, sulla quale aveva dovuto appoggiarsi sino a ieri, producendo sovra di essa piuttosto lo spavento di un pericolo, che lo sdegno di un danno. La tassa di successione, voluta dal cancelliere, conteneva la novità di un principio ostile: la ricchezza territoriale, che nella storia vecchia fu sempre la base di ogni politica nazionale e la forza sicura di tutti gli stati, veniva colpita con una moderna intenzione: a questa ricchezza, quasi vivesse di un falso privilegio, si chiedeva improvvisamente un olocausto: essa solamente doveva per la massima parte sostenere il nuovo peso della difesa nazionale, espiando così un ozio troppo lungo ed una immeritata fortuna.

Questa mossa del cancelliere diventava più pesante sulla coscienza del partito conservatore, perchè i ministri di Francia e d'Inghilterra con più aperto radicalismo l'avevano già cominciata come un prodromo di rivoluzione finanziaria: nelle loro parole, ancora più che nei loro atti, l'attacco alla proprietà antica sembrava aver rinunciato a tutte le prudenze e a tutte le riserve: si voleva che l'industria e il commercio dovessero meno della terra al bilancio dello stato, e che il salario degli operai non dovesse quasi nulla. I due bilanci di Caillaux e di Lloyd George erano un assalto di partigiani anzichè un disegno di governo: mancava in quelli ogni apparenza d'impersonalità: la classe dei proprietari non vi pareva più di cittadini, ma di nemici secolari, sui quali la giustizia con lungo sforzo potesse finalmente prendere una rivincita: la difesa dello stato e della patria, supremo diritto e supremo dovere di tutti i cittadini nella gamma della loro potenzialità economica, senza ingiuriosa eccezione per nessuno, diventava l'onere di una sola categoria, quasi a punirla di avere nei secoli pur mantenuto questo stato e questa patria.

Ma evidentemente nel disegno di Bülow la misura era quasi salva e il sacrifizio chiesto con garbo di amicizia.

Invece egli solo dei tre ministri è caduto.

Non è qui il caso di esaminare il suo disegno di legge: difficilissimo il poterlo fare da lungi, impossibile sempre in tema di finanza giudicare davvero sulla giustizia dispositiva dei pesi. Vi sono epoche per tutte le nazioni (e l'Italia non dovrebbe aver dimenticato l'eroismo violento, quasi feroce, col quale Quintino Sella volle salvarla dal fallimento stringendo tutto e tutti nelle morse di tasse arbitrarie e micidiali), vi sono epoche, più spesso momenti, nei quali un ministro delle finanze gitta disperatamente una tassa come un guanto di sfida, preme e spreme dove può, sa di essere ingiusto per un più alto dovere di giustizia storica: per salvare la patria deve colpirla nelle parti magari più nobili o più dolenti, ma meno pericolose momentaneamente. E non è questo il caso di Caillaux e di Lloyd George: la loro è una finanza a sottinteso socialista, fuori della tradizione e della scienza, un odio la sospinge, una segreta utopia la giustifica contro tutte le evidenze della realtà.

In Francia la battaglia non è ancora scoppiata, nè forse scoppierà per la fiacchezza dei liberali scempiamente ancora divisi in frazioni monarchiche e unanimi solo nell'odio alla repubblica, mentre dovrebbero amarla come la sola forma di governo possibile, e amarla intensamente per ritoglierla alle strette della più falsa demagogia. Nell'Inghilterra invece tutta la stampa si è sollevata come un'onda spumeggiante e mugghiante: i vecchi liberali di ogni partito si alleano contro il piccolo radicalismo del nuovo ministro: non si vuole da una legge di finanza spezzata l'unità spirituale dell'impero, mentre urgono appunto enormi sacrifici per la sua difesa lungo tutti gli immensi confini. Persino Kipling, il poeta barbarico del nuovo imperialismo, così saturo di gin e di sangue, ha lanciato un'ode contro l'esposizione finanziaria del ministro; ma il poeta, che tremò e fuggì davanti ai boeri rifugiandosi a Capetown, da molti anni non ha più saputo trovare gli accenti dell'orgoglio e della morte: il bardo illustre è rimasto come un pifferaro colla vescica sgonfia sulla schiena e il piffero stonato nelle mani.

Adesso intorno al principe di Bülow gli odii si acquetano rapidamente e fremono tutte le curiosità. Chi sarà il successore? Questa unanime incertezza esprime il più alto complimento per il caduto; nessuno lo ha dunque vinto, nella lotta suprema nessun avversario è sembrato degno di lui e della vittoria. Ma l'imperatore dovrà chiamare qualcuno, e questo estraneo sarà il successore: tanto meglio per lui. La verginità nella politica è spesso una forza suprema.