Qualcuno ha voluto vedere in Guglielmo II il nemico di Bülow, dopo la schiacciante vittoria del principe sull'imperatore per le ultime indiscrezioni diplomatiche; e si è detto che Guglielmo non ha voluto imperialmente chiedere al centro conservatore e liberale quest'estremo sacrifizio per potere così sacrificare il ministro accettandone le dimissioni. È vero? Anche lo fosse, non lo sarebbe egualmente, giacchè questo alto e piccino motivo personale non poteva bastare alla caduta di Bülow, se egli stesso non si fosse prima logorato o troppo arrischiato nell'opera.

L'imperatore non è abbastanza grande davanti al ministero per dominarlo: Bülow invece conosceva troppo bene l'imperatore per non aver calcolato nel rischio dell'ultimo giuoco.

Egli, giungendo terzo, fu il solo successore di Bismarck; il gigante era stato cacciato apparentemente dall'altezzoso capriccio del giovane imperatore, in realtà dalla nuova Germania industriale, commerciale, ricca, già necessariamente dimentica degli sforzi titanici e degli eroismi epici dei padri, che avevano costituito l'impero. Bismarck non poteva, per legge storica, essere l'uomo e il condottiero del secondo periodo, che doveva fare della politica un crogiolo per fondere tutte le differenze e unificare la patria da lui stesso coagulata stringendola nelle lunghe braccia sino a soffocarla in un impeto di amore e di difesa. Egli era l'eroe antico come Barbarossa: il suo abito non mutò mai e fu di soldato, e così i suoi modi, il suo pensiero, la sua parola: voleva l'impero contro tutti, anche contro l'imperatore; voleva la Prussia sopra tutto con un impero quale la Germania non ebbe veramente mai, fra la Francia che sarebbe decaduta nella democrazia, e la Russia che avrebbe forse fallito nel problema di oriente e per molte generazioni dovrebbe consumare le proprie forze imperiali nell'antitesi di darsi e di svolgere una costituzione moderna. Voleva la Prussia, allora quasi ignota sui mari, signora del mare; voleva il popolo grande e forte ma servo dell'impero: la sua idea era assoluta come quella di Hegel, univa imprigionando, livellava e schiacciava, domava, colla stessa frase secca come un ordine, tagliente come una spada, sonora come un'armatura, corte e parlamento. La sua poesia era la famiglia, la sua idolatria la patria, la sua religione la forza, il suo diritto nella vittoria, la sua fede in Dio.

Credeva come un antico, come tutti coloro che operano, e sanno l'opera alla mercè di un'oscura ma immanente potenza.

Ed era agile ma come gli elefanti, contro l'ignara leggenda del volgo che non lo crede; violento sino all'ingiurie e alle lagrime: era un brutale che amava la musica di Chopin, un ministro solitario, un parlamentare senza maschera, un diplomatico che ingannò quasi sempre dicendo la verità.

Quando cadde, tutti lo insultarono: si chiuse in campagna, ma non seppe essere ancora abbastanza grande per serbare il silenzio.

Bülow gli successe: a che parlare di Caprivi e di Hohenlohe? Egli era l'uomo del nuovo periodo: il guanto di velluto dopo quello di ferro, l'agilità suprema del pensiero, l'equilibrio della parola, inafferrabile come un serpente, vago come un artista. Bisognava dirigere consentendo e trascinare seducendo: così visse nel parlamento e pel parlamento: era un cancelliere dell'imperatore e parve quasi sempre un presidente ministeriale: seguì il programma del gigante, sviluppandolo nella pace, trionfando nell'improvvisazione della ricchezza, battendo simultaneamente Francia ed Inghilterra. Ma dietro questa pace, erano sempre la leggenda della forza, e la forza.

Contro di lui si appuntarono in uno sforzo unanime tutte le diplomazie di tutti i governi, e tutte dovettero indietreggiare davanti all'abilità delle sue parate, all'imprevedibile prontezza degli attacchi e alla amabilità del suo sorriso italiano.

Ho detto volontariamente italiano.

Perchè è in lui molto dei nostri grandi politici nei grandi tempi dei piccoli principati e delle più piccole signorie: egli ha pensato, sentito, forse amato l'Italia: qui si perfezionò ad arme la grazia del suo spirito, qui si temprò nella passione del comando e dell'idea il suo scetticismo. A Berlino, nel parlamento, a corte, apparve subito nella superiorità di un'esotica seduzione: Bismarck schiacciava, egli passava attraverso tutte le difficoltà, e chiunque gli restava dietro era un vinto. Sembrava senza odio e senza amore, pronto sempre a cedere, lieve sino a parere inconsistente, arrendevole sino a simulare la docilità, pronto a legarsi con tutti, ad immedesimarsi con tutti, e tutti hanno sognato così di possederlo, e non lo poterono, e dovettero combatterlo sempre e finire per odiarlo, sommandosi per abbatterlo.