Questa teorica superba usci quasi inavvertita con Max Stirner dalla sinistra hegeliana, che il pubblico tedesco di allora credeva smarrita per sempre nei paradossi atei e rivoluzionari di Feuerback.
Il fondatore dell'anarchia intellettuale era un giovane cupo e solitario, quasi senza amici, assorto nell'idolatria del proprio orgoglio, con un ingegno lucido e tagliente quanto il vetro, che invece di riflettere la vita, vi ardeva nel mezzo fra le fiamme fredde dei propri riverberi.
Della sua opera capitale, L'unico e la sua proprietà, nessuno si accorse; in un altro scritto più breve. La mia potenza, bandì un vangelo stupefacente e negatore di tutta l'umanità nella sua essenza e nella storia per deificare l'individuo solitario e perfetto come un atomo, senza forza di attrazione su altri, senza virtù di condensare la vita e la forma di un corpo.
Most, il nemico di Marx, fu il successore politico di Stirner e il fondatore a Londra del partito anarchico, che doveva a lunga distanza di anni trovare in tre italiani un sognatore, un sonnambulo e un maniaco: Angiolillo, Caserio, Lucheni, tre omicidi, tre vendicatori, enigmatici nell'opera, paurosi al pensiero.
Nietzsche fu il poeta di Stirner, ma, come Chateaubriand, un poeta della prosa. Profondo ed oscuro, nuvoloso e lampeggiante, egli apparve per rispondere alla nuova tirannide del socialismo, che annulla l'individuo nella massa e non gli lascia altra speranza di felicità che la partecipazione ad un materiale benessere mediocre e collettivo: un refettorio e un dormitorio, un lavoro anonimo e comune, la libertà sacrificata all'eguaglianza, la personalità dispersa nel numero.
Allora nell'ingegno di Nietzsche tornarono giganti le più micidiali figure di eroi, che per compiere la propria missione erano passati sull'umanità come un elefante sopra un formicaio; ma egli dimenticava quella missione per non amare che la loro mortifera sovranità. Carlyle era sopraffatto e svisato dal suo continuatore: la teorica degli eroi continuatori della storia diventava la lirica apologetica dei tiranni, che la violano nei loro capricci.
Ma pochi artisti in questo secolo furono più ammaliatori ed originali di Nietzsche. Attraverso le inevitabili e spesso disgustose falsificazioni del suo spirito una meravigliante visione della realtà esplodeva, come le improvvise illuminazioni boreali, che poi sorpresero Nansen nell'eroico viaggio polare: un incendio lucido e colorato, quasi di fiamme diluite, di gemme evaporanti. Nietzsche ha criticato frammentariamente ma insuperabilmente tutti i vizi e le manchevolezze della nostra epoca: ha dissipato per sempre il fantasma della verità popolare, schernite e distrutte le misere velleità delle mezze ribellioni e delle mezze autorità liberali.
Il suo sogno del superuomo è il suo sogno di malato, l'invettiva finale che esagera e falsa il ragionamento, un ritorno della forza pagana su la molle decadenza cristiana, la suprema vanità di comando in una aristocrazia rimasta fuori della vita e che tenta indarno innalzarsi arrampicandosi sulla propria vanità.
Gabriele d'Annunzio tradusse il sogno di Nietzsche in qualche figura, sforzandosi a darle sembianza di vita coll'imitazione di antichi disegni, intendendo a rovescio Leonardo da Vinci, ingannandosi ed ingannando colla malia di una bellezza letteraria formata cogli echi e coi riflessi di ogni bellezza passata. La figura abbagliò il pubblico, una torma di scolari applaudì, delirando, il maestro, che valeva meglio dell'opera e si avviava nel teatro verso la più rude e salutare smentita.
Adesso Remy de Gourmont, minore nell'ingegno, più destro nella maniera, ritenta la prova.