E i morti? La storia non li conta: alla poesia, se vi sono ancora poeti, il trovare per essi un canto, che uguagli quello di Omero.
20 ottobre 1904.
SATIRA EPICA
Il telegrafo annunciò che il Mikado, ordinando la liberazione dell'ammiraglio russo Nebogatoff, lo ha incaricato di portare allo Czar il rapporto dell'ultima battaglia navale combattuta allo stretto di Tsu-shima.
Era difficile mostrarsi più tremendamente cavalleresco dopo una vittoria, insperata forse così grande, e che resterà nella storia mondiale come una data luminosa, a lunga distanza di secoli, dopo Salamina. L'impero russo non ha più flotta sui mari, la sua bandiera affondò con le sue navi, la guerra è perduta, la sua gloria di campione bianco nell'estremo Oriente si è miseramente oscurata come un fanale solitario nella notte, quando la tempesta rugge e non vi sono più pellegrini per le strade.
Perchè? Sarà davvero finita l'azione russa in Asia? Non avrà più futuro nella storia mondiale questa magnifica razza slava, l'ultima nel tempo europeo, la sola che non vi abbia ancora significata l'importanza e la originalità della propria opera? Certamente è permesso dubitarne, giacchè nel problema del rinnovamento asiatico l'intervento d'Europa è, e resterà lungamente indispensabile, ma nella prima prova, affidata necessariamente alla Russia, questa tradì sè medesima e il mondo.
Mai governo si lasciò cogliere più bassamente impreparato dinanzi a più colossale impresa; mai così enorme responsabilità ricadde su menti e sovra spalle più deboli. La diplomazia russa, residente al Giappone, non aveva nulla veduto, nulla indovinato, nella preparazione nemica, della virtù unanime, caparbia, miracolosa di quel piccolo popolo giallo, che compiva pure sotto i suoi occhi il più stupefacente dei prodigi mutando la propria millenaria barbarie feudale in una modernità di avanguardia ancora più celere nei movimenti che sicura nelle assimilazioni, fatta di echi egualmente sonori nel passato e nel futuro, materiata di virtù eroicamente antiche e di una nobiltà squisitamente contemporanea.
Nel Giappone l'odio era così ardente dopo il sopruso sofferto a Porto Arthur per opera della Russia, che mai passione di dolore patriottico fu più intensa; il fervore degli armamenti così febbrile, che il silenzio stesso della loro prudenza ne vibrava come una vela al vento e il mare ai primi soffi della tempesta e la terra al primo risveglio del terremoto.
La diplomazia non vide, non capì.
Poi la guerra precipitò: le vittorie giapponesi scoppiavano come tuoni, ardevano come lampi: flotte, eserciti, fortezze, province, tutto vi spariva quasi in un uragano d'incendio, e i vincitori, tra il sangue e il fumo delle carneficine, riapparivano calmi, cortesi, così sicuri di sè medesimi che ne sorridevano appena, senza un rimpianto pei morti, nè un vanto pei vivi, nè un insulto pei vinti.