Ed era giusto quanto bello. Perchè i russi immolati dalla incapacità del proprio governo, sacrificati dalle rivalità dei generali, abbandonati in un deserto troppo lungi dalla patria, si battevano sempre raddoppiando di valore ad ogni sconfitta, diminuendo la vittoria del nemico sino ad una semplice alea di guerra, ad un esponente della superiorità burocratica giapponese sulla russa. Quindi il mondo ammirava. La resistenza nella sconfitta, in ogni tempo e in ogni luogo, provò meglio della vittoria il valore di un popolo: questa può giovarsi di molti estranei aiuti, quella cresce soltanto dall'anima di una gente profondamente radicata nella storia, immutabilmente sicura dell'avvenire. Che sapevano i soldati russi di questa guerra, se i loro governanti stessi ne ignoravano la fatalità? Pei giapponesi tutto vi era cosciente, pei russi tutto oscuro; e gli uni e gli altri si esaltavano nella lotta sollevati da un istinto misterioso, che ardeva le loro vite come una sacra offerta sopra un altare non ancora conquistato alla patria.
Per la Russia, ad ogni sanguinante notizia di sconfitta, cresceva un fermento ribelle nell'oblio del supremo dovere, che il pericolo impone dinanzi alle vittorie del nemico: drammi di officine, tragedie principesche, insubordinazioni nazionaliste, delirii anarchici scoppiavano nelle parole e nei fatti, uccidendo idee e persone, sconvolgendo coscienze e fantasie, senza che la grande anima russa si distogliesse veramente dalla fatale fissazione d'Oriente, o piegasse vinta sotto il dolore e la rovina della morte.
Si sperava, si voleva. Quando il vinto sa morire come il vincitore, questo non è ancora tale; il giuoco della guerra può mutare, e la fortuna, dalle grandi ali rosse, più mobile d'una piuma, aliare da un campo all'altro. Poi la Russia è un mondo, le sue risorse sono inesauribili, il suo genio giovane, la sua fibra vergine, la sua fede pari alla sua pazienza, che ha stancato i secoli nella aspettazione del proprio tempo. Bastava che il governo, correggendosi sotto le lezioni delle catastrofi, facesse il proprio dovere: e non lo ha fatto.
Lo Czar non è che un simbolo, d'onnipotenza ieri, di miseria oggi: non parliamo di lui; perchè il mondo ne parlasse, dovrebbe essere davvero il successore di Rurik o di Pietro il Grande. Ma intorno a lui l'aristocrazia russa soccombe ignobilmente alla prova: essa non ha prodotto un uomo capace di dominare la sventura, non si è votata in massa alla patria gittandole la propria anima come una bandiera ed un'arme. La borghesia, scatenata da De Witte negli affari, non ha veduto altro in questa guerra; ingrassa nel sangue, e stride invocando una costituzione.
Nella ultima flotta così lungamente preparata tutto era falso, l'equipaggio e le navi, le munizioni e le intenzioni: l'ufficialità composta quasi tutta di neofiti non passati o mal passati agli esami, le ciurme raccolte senza fede, addestrate senza speranza, guidate senza autorità. Quindi la battaglia nello stretto di Corea, fu una resa, alla quale l'impeto del nemico tolse la stessa volontaria facilità; quelli che si battevano, non ne sapevano più il perchè, e il loro sforzo era indarno; gli altri, che fuggivano, ignoravano anch'essi il dove, e fuggivano nell'inutilità del terrore, ancora meno dal nemico che dalla patria, per la quale non sentivano più che bisognava morire; gli ultimi, i più sinceramente vili, issavano subito nella intera squadra di Nebogatoff bandiera bianca e ricevevano a bordo il commissario giapponese, allineati come per la rivista di un loro ammiraglio in un qualche anniversario di vittoria.
La flotta russa non è più: affondò nella viltà, il mare la sommerse: le navi catturate diventarono giapponesi mutando anima e fortuna: i marinai prigionieri rimarranno nelle isole nipponiche sorvegliati come dei discoli soltanto. Si può forse temere che fuggano per combattere ancora?
La sconfitta nel canale di Corea segna la fine di questa prima guerra? La Russia ha perduto, la miseria spirituale del suo governo, discendendo come un umore purulento, arrivò sino ai cuori dei marinai e delle navi. Ma sulle steppe della Manciuria l'esercito resiste ancora, e salverà forse l'onore. Non è composto di contadini l'esercito, mentre la flotta era racimolata un po' dappertutto sulle coste e per le città? Tolstoi ha ragione: la Russia è il mugik, che sente invece di pensare e ha la fede invece della scienza, e rimase e rimarrà fedele ai grandi destini della Russia.
L'ammiraglio Nebogatoff rechi dunque allo Czar il rapporto della sconfitta, e lo Czar, rispondendo degnamente all'epica ironia del Mikado, non lo punisca; la viltà della sua resa è al disotto di qualunque pena. Egli non è più nè giapponese nè russo: cosmopolita della paura potrà vivere egualmente bene dappertutto.
Mancò mai il fango ai lombrichi?
8 giugno 1905.