Il suo piccolo nome a piedi di una piccola pagina non devierà la corrente della storia, non ne sospenderà il fatale andare. L'azione dell'Europa sull'Asia sarà come un tempo sull'America, come nel secolo scorso sull'Africa: l'enorme continente verrà aperto, sventrato, sollevato sino alla sfera, preso nel ritmo onnipotente della storia bianca. Forse domani coloro che inneggiano al Giappone, pur così ammirabile in questa guerra, si sentiranno la strofa troncata sulle labbra da un improvviso gelido pensiero: forse il Giappone, respinta la Russia, non soffrirà altri concorrenti europei in Asia, e la Francia alleata dello Czar dovrà guardare con occhio più attento alla Cocincina o al Tonchino, e l'Olanda si preoccuperà dei propri arcipelaghi, e l'Inghilterra stessa origlierà più intensamente al cuore dell'Indie.

La nostra razza tutta non può disinteressarsi del problema asiatico.

Ma vi è una legge degli imperi.

La loro mastodontica struttura, talvolta il rapido crescere, la continuità delle guerre, le coagulazioni di popoli alle loro frontiere, l'unità dinastica e religiosa burocratica dei lori governi esprimono un segreto, compiono una volontà della storia.

Era ed è il caso della Russia: l'impero è disteso fra i due continenti, la sua missione è di congiungerli; la sua unità formale è infrangibile, il suo limite europeo formato da nazioni di esso più vecchie ed insieme più avanzate nella modernità.

Soltanto la forma imperiale poteva affrettare agli immensi problemi il ritmo doppio della pace e della guerra, soltanto l'impersonalità della sua burocrazia equilibrare le antitesi delle differenze nazionaliste; soltanto l'unità del suo Czar, del suo Sinodo, del suo esercito, del suo genio, del suo fato, compire tale opera, la maggiore di tutti i tempi. Non si viola la legge dell'impero: togliete ad esso l'immane significato della sua missione, e tutto vi si diffrange; rompete la sua unità, e domani sarà compromessa la sua unione; gettategli nel mezzo il fermento democratico, e la sua crosta, la corazza, screpolerà. La Russia parlamentare non sarà più l'impero russo, giacché non potrà avere nemmeno l'unità commerciale dell'Inghilterra; l'impero russo dovrà vivere di espansione, di guerra, di vittoria. È la legge degli imperi: Alessandro e Cesare, Carlo Magno e Carlo V, Napoleone e il Mikado la hanno egualmente sentita; gli Stati Uniti in America affettano di cominciare ora a sentirla, la Francia l'ha dimenticata; i nostri ricordi, invece, sono così lontani che non ci appartengono più.

La legge degli imperi può tutto consentire, meno la degradazione: l'impero è ancora più nella corona che nell'imperatore, nel simbolo che nel fatto; la sua idea è la sua fortuna, e dall'opera, qualunque essa sia, sale sempre l'assoluzione.

Adesso la pace decapita la grande aquila russa: una pace senza nemmeno una vittoria, senza una sconfitta, che non sia un disastro, senza aver prodotto un uomo, senza aver trovato una parola; una pace per la misericordia degli Stati Uniti, fra i sogghigni dell'Inghilterra, le mute ironie della Germania, le bramosie impazienti dell'Austria e i dubbi finanziari della Francia, che prestò soltanto il danaro.

E forse, senza forse anzi, la faranno.

Il piccolo Czar, questo povero sognatore di pace, che all'Aja si era creduto un arbitro ed un poeta messianico, imparerà che la vita ha momenti più amari della morte, e la pace angosce più profonde della guerra.