E la tragedia, col ritmo di Eschilo, coll'accento di Shakespeare, sospinge, urta gli attori: le scene cangiano, il sangue macchia le decorazioni, mentre il coro della moltitudine, a rovescio del coro greco, non spiega il motivo dei personaggi, ma guarda, trema e non si muove.

Che importa, infatti, il numero dei morti in così vasta e lunga tragedia? La diversità delle loro parole e dei loro atti, esprimendo l'originalità del loro antagonismo, non è che una gloria della morte: appena un attore è caduto, altri si urtano per sostituirlo: d'ambo i lati l'ostinazione è fatale, irresponsabile, finchè una rivoluzione veramente popolare e veramente russa interrompa la tragedia per alzarla a poema.

L'ultima scena fu magnifica d'orrore.

La moglie della vittima, accorsa allo scoppio, nel profetico spasimo della paura, non trovò quasi più nulla: una poltiglia di sangue, di membra, di cenci: lungi i cavalli fuggivano spaventati, irrefrenati, alle porte del Kremlino; e la folla taceva. Alcuni, pallidi di una gioia segreta, si bagnavano le mani nel sangue imperiale, mentre tutti guardavano muti quella donna di principi e di re, vedova da un minuto del marito, vedova del suo cadavere, che non poteva piangere e pregava Dio. Per chi?

Forse la pia pregava per tutti.

Come Antigone, come Cordelia, essa non comprende e non è compresa: eroina del dolore e dell'amore, è amata dal popolo, che soffre più di lei, ma più forte di lei può attendere dall'ignoto la vittoria.

La porta della morte non fu sempre quella stessa della vita?

21 febbraio 1905.

SULLA CHINA

Un «ukase» imperiale annunciava ieri al popolo russo, trepidamente sospeso nella aspettazione della pace, una nuova costituzione politica.