Una rivoluzione, quale si agita nella coscienza della avanguardia liberale russa, formata da un volontariato di gente culta per influenza di studi o di commerci, e quale fiammeggia negli impeti solitari di morte, dovrebbe, per trionfare, non essere soltanto una verità di antiguardo, ma salire dall'anima della massa ed esprimere l'accordo del suo vecchio costume con una nuova idea, avere in sè medesima quella irresistibile forza di persuasione, che non permette neppure più di discutere, ma si afferma realizzandosi ed inebria gli avversari col suo stesso entusiasmo.
Invece non è così.
Operai e contadini non s'intendono ancora. Fra il patriarcale socialismo del mir e il socialismo occidentale, penetrato nelle nuove officine russe, l'antagonismo è forse ancora più profondo e forte che fra la borghesia liberale e l'autocrazia. Quella non ha radici nè assensi vasti e sinceri nelle due masse proletarie: la concezione della vita e della sua storia non è ancora, dentro l'anima russa, salita al disopra dell'idea ortodossa e imperiale; lo Czar è pontefice e imperatore, simbolo di unità umana e divina, irresponsabile nella propria impersonalità, perchè non è un uomo, ma la Russia, quale i secoli la costrussero, quale il mondo stesso la considera ancora.
Il lungo duello fra autocrazia e rivoluzione non è ancora diventato intelligibile alla massa: gli operai insorgono e marciano con dinanzi l'imagine sacra dello Czar, la nobiltà si sente ancora alta sul popolo e divisa da questo per superiorità di vizii e di virtù, la borghesia non anela che alla conquista della burocrazia per passione di interessi e a quella del potere per passione di vanità. La burocrazia, invece, sente di essere il sangue vivo dell'impero, sangue avvelenato forse, ma che nessun sistema di trasfusione potrebbe istantaneamente e utilmente sostituire. Le nazionalità conquistate e prigioniere nell'impero scrollano le catene e attendono da ogni concessione imperiale, da ogni moderna idea, un motivo e una giustificazione di rivolta.
Per la Russia il motivo primordiale, essenziale, non ha invece mutato, e per un tempo ancora lungo non muterà: consolidare l'impero in Europa e dilagarlo nell'Asia, imperare colla novità e colla originalità della propria massa sui due continenti, sovrastare all'Asia come massima potenza europea, dominare l'Europa come ultima potenza dell'ultima razza, che può ancora contenere il segreto di una terza civiltà.
Tutto in Russia è profondamente, inconciliabilmente originale: lo spirito latino e l'anglo-sassone poco o male lo intendono; la rivoluzione, che vorrebbe svilupparsi trapiantando forme occidentali di parlamentarismo e di ribellione, fuorvia sè stessa, e diventa inintelligibile al popolo.
La libertà, la democrazia, la rivoluzione russa, non possono essere dilucidate sui modelli e sugli statuti di New-York o di Parigi: l'astrazione delle teorie, la similarità scolastica degli assiomi, così contagiosa negli spiriti latini, è ancora quasi senza presa sulla grande anima slava: essa soffre, crede, spera, combatte e vincerà per motivi e con armi per noi quasi incomprensibili come gli eroi de' suoi romanzi, l'eroismo de' suoi soldati, il fondo meraviglioso della sua storia e della sua poesia.
Ma il duello fra rivoluzione e autocrazia proseguirà ancora. È impossibile alla rivoluzione fermarsi, e siccome non può e non sa accendere nella moltitudine una vera ribellione, che arda città e campagne, sollevando bande contro bande, eserciti contro eserciti, in una vera ed immensa guerra civile, la necessità di operare, per non sparire davanti ai propri occhi e a quelli degli altri, la costringono nella forma tragica del duello, attore contro attore, sconosciuti l'uno all'altro, incapaci di comprendersi, condannati ad uccidersi senza che l'immane problema, che li urta e li sfracella, si riveli al loro pensiero.
Per l'eroe o pel martire rivoluzionario la tirannide autocratica s'incarna in un funzionario, in un principe, nello Czar o nel procuratore del santo Sinodo: in questi simboli è la virtù della resistenza imperiale ortodossa, la responsabilità della morte e delle morti, che insanguinano e gelano la vita della povera gente!
Pel funzionario e pel principe le reclute della rivoluzione sono gli oppositori della coscienza e della tradizione russa, che poterono colle proprie forze e colle proprie forme costituire il più grande impero del mondo e vi rappresentano ancora la più magnifica promessa di originalità: sono pochi, spiritualmente stranieri, separati dalle necessità della politica nazionale, e vogliono un liberalismo che il popolo non chiede, un mutamento che sarebbe una rinnegazione della personalità russa, e adoperano soltanto le armi dell'assassinio.