I Giovani Turchi non sono altro, e se altro fossero sarebbero anche meno. La loro perfezione occidentale li rende stranieri in patria, e la imperfezione momentaneamente più dannosi che utili. Il torto e la debolezza della rivoluzione turca è tutto nel plagio della nostra ultima civiltà: questa si crea, non si copia: si elabora, non s'improvvisa.
La coscienza maomettana non può riconoscere i nostri assiomi: accettandoli, li deforma sul proprio vecchio stampo: la sua religione non è passata ancora come la nostra per la prova dell'incredulità scientifica e filosofica, ma invece è una, immutata ancora, immutabile. Il cittadino non si venne formando fra stato, governo e comune, in una lotta di aristocrazia, di borghesia e di popolo, quindi la costituzione lo chiama indarno all'opera; il parlamento non rappresenta davvero nè classi nè partiti, nè idee nè interessi personificati; nell'esercito il soldato non ha più il vecchio fanatismo religioso e non può avere ancora la nuova coscienza civile: non capisce la rivoluzione, non ha armi, sarebbe forse reazionario e non ha capi, nè passione di odio, nè visione del presente.
Anche l'adorazione pel sultano si logorò.
Egli avrebbe potuto essere rivoluzionario o reazionario, difendere l'antica gloria dell'impero o superarla in una rinascita anche più meravigliosa; ma a questo erano necessarie in lui qualità di statista o di guerriero, l'idea che illumina, la volontà che aduna, il senno che equilibra. Invece nulla.
Diede già una costituzione, poi la ritirò: assistette per quasi trent'anni agli immensi drammi d'Occidente e d'Oriente, senza vedere, senza capire, cieco nel pensiero, sordo nella coscienza, muto nella bocca. L'impero imputridiva nella paralisi; l'Europa lo sorreggeva schiaffeggiandolo, prestava danaro, maestri d'armi, ammiragli, domandava, imponeva, cancellava, firmava per l'impero e per il sultano. Che pensava, che faceva egli? Nelle province le stragi si ripetevano, vaste, inintelligibili, inutili: i soldati erano senza paga, i generali senza autorità, i visir senza idee, il sultano senza anima. Si sarebbe detto che non amava più se non la vita nella solitudine dell'harem fra centinaia di donne stanche del proprio ozio con quel vecchio, fra eunuchi rimasti forse i soli a pensare nella solitudine anche più spaventevole della loro vita; e il sultano cedeva sempre a tutto e a tutti, destreggiandosi fra le diplomazie come un cane penetrato a caso fra la gente in una moschea, vendicandosi di tutto e di tutti colla ferocia e la impunità di supplizi prodigati ad amici e nemici.
Egli sapeva che il partito liberale non valeva più del suo, che i Giovani Turchi non rappresentavano la vera Turchia meglio di lui, che una rivoluzione era impossibile e impossibile del pari l'andare innanzi così.
Quindi sorpreso, accettò quanto gli imposero, non fu nè sultano nè califfo, mantenne una reticenza nel giuramento alla costituzione e lasciò regnare il comitato dei Giovani Turchi.
Fu in lui intenzione di abilità? Aspettava un impeto di collera su dal vasto, selvaggio paese, poichè quel comitato era soltanto una setta, che s'ingrossava quotidianamente di tutti i residui dello stesso governo sultanico, e il parlamento si componeva come di un coro per le discussioni e di un ordine muto di mimi per le votazioni?
E la reazione scoppiò, senza capo, senza bandiera, senza danaro, senza armi, senza idee: bastò al comitato l'apparenza di un esercito per vincerla: il sultano era un fantasma, l'impero non era più.
E adesso?