Oggi tutta Italia risponde con un sorriso di gioia alla gioia di Trieste, che in un'ora difficile ed oscura tenne fede all'antica madre non ancora invecchiata dai secoli, ma non risponde con più che un sorriso. L'avvenire deciderà dei nostro diritto, ed al solito la decisione propizia sarà per coloro che lo avevano meglio difeso.

Bisogna alzare con uno sforzo continuo, doloroso, violento, l'anima del popolo, perchè nel momento della prova non sia poi così bassa da non poterne nemmeno attingere il campo: bisogna ad essere tribuno generale la stessa potenza di poesia, che solleva e aduna le anime davanti al pericolo del sacrifizio; gli accattoni del voto, i giullari della piazza, i causidici del parlamento sempre pensosi soltanto di sè stessi, e che credono di guidare il carro della politica come quella mosca di Pindaro che si era posata sul riccio del timone e se ne alzò proclamando col battito dell'ale la propria vittoria sull'auriga, non furono, non sono e non saranno mai che una miseria del popolo, ma non lo guideranno nè alla vittoria nè alla perdizione.

La vittoria è donna e non ama che i forti: è dunque una forza l'umiltà di non sapersi più battere?

20 giugno 1909.

L'APPELLO

Bisognerebbe gettarlo sull'ali di una strofa o tacere.

Ma dov'è dunque il poeta nazionale? Qualcuno da tempo insidia l'epopea garibaldina, estremo miracolo della modernità europea e la degrada in piccole rapsodie di una prosaicità accorante, nelle quali il canto somiglia al volo dei tacchini, che radono pesantemente il suolo colle negre ali senza soffio di tempesta. Altri indietreggiando nei secoli sino al magnifico crepuscolo medioevale, così pieno di strofe e di torri, di cattedrali e di castelli, tenta la lira e il liuto sotto le finestre di un re prigioniero o dietro il Carroccio imbandierato per una festa di battaglia, ma il breve verso indarno sapiente non ha il clangore delle trombe, e l'anima non lo sente, e il tremito della morte eroica non passa fra gli squilli delle campane, che chiamano a raccolta, mentre le piazze ondeggiano nel tumulto della folla evocata tragicamente dalla storia alla originalità di una guerra creatrice.

Più forte e più alto, nell'orgoglio inutile dell'ingegno e di una incomparabile scienza verbale, colui che parve e poteva forse essere il nuovo poeta, si esaurisce dentro la monotonia lussuosa di una rettorica abbacinante nella ricchezza dei colori e dei ricami, piena di armonie come un'orchestra, e di fantasmi come un museo, ma solitaria nell'ammirazione di sè stessa, fra scoppi di una continua voluttà primaverile e di una vanità, che tutte le acclamazioni ingenue o false della moltitudine non possono mutare in superbia.

Il poeta nazionale, che la storia, nella impassibile severità del proprio giudizio, dovrà diminuire nel Carducci, così al disotto di Mazzini e di Garibaldi, manca ancora in questo nuovo trionfo della terza Italia, che l'Europa deve già accettare come una nazione grande fra le più grandi, tutta fremente di una improvvisa ricchezza, coi campi solcati ovunque da strade novelle, i porti aperti all'espansione della vita, le città sonanti e fumanti d'officine, un altro popolo industre, libero, sovrano, che non teme più gli stranieri e getta sull'America come un pulviscolo fecondatore gli estremi avanzi dell'antica miseria e le avanguardie romantiche della sua recente avventura commerciale: un popolo unico nella storia, antico in una gloria di tremila anni, che dominò, unificandola, l'antichità colla repubblica e coll'impero di Roma; e quando l'impero crollava come uno scenario sotto lo sforzo dei barbari a tutte le frontiere, oppose loro un'altra, più profonda originalità nel cristianesimo, che rimutò il mondo in una libertà spirituale con un crocefisso per imperatore e un papa per console, senza più differenza fra padrone e schiavo, fra povero e ricco, in una poesia di espiazione, di resurrezione, nella quale il male era soltanto la prova eroica della volontà e la morte un sacrifizio di salvazione.

Ma Roma invasa, saccheggiata, arsa, sommersa nella polvere e nei rottami di una incessante distruzione, sulla quale tutte le forze di una misteriosa vendetta sembravano accanirsi colla frenesia di una passione funebre, rimaneva sempre la capitale dello spirito umano, il centro rivelatore del pensiero, il trono inaccessibile a tutti i nemici, barbari della decadenza della infanzia storica, luminoso come un faro in una notte lunga di bufera, puro come una di quelle nivee vette alpine, sulle quali il sole si affaccia all'alba o indugia al tramonto colla eletta compiacenza di un poeta.