Roma e l'Italia sono ancora l'unità e l'originalità del medioevo. La loro forza militare e politica pare esausta: l'impero esula a Bisanzio e a Ravenna, là per fronteggiare con un inutile sforzo l'eterna inimicizia dell'Oriente, che prepara già, con misteriosa fermentazione, la suprema rivincita di Maometto contro Gesù: qua, sopra un lido senza significato, sul fianco di una pineta nè misteriosa nè grande, con un porto angusto come un canale, dentro una piccola città anonima, alla quale solamente i barbari schiacciando l'impero daranno una gloria immortale. Ma Roma resta.
Le sue rovine raddoppiano il significato dei suoi monumenti, l'abbandono dell'impero dà al suo papato una più alta, incoercibile sovranità; i barbari, incapaci di mutarsi in italiani, si fanno cristiani, la loro anima assetata d'ideale, il loro pensiero affamato di vita, domandano a Roma il doppio segreto: sono chiusi nel ferro, e il loro cuore si apre a tutte le ferite della nuova parola, schiacciano tutte le vecchie autorità e s'inginocchiano davanti a quella del sacerdote; gli ordini monastici peregrinano e fondano, attraverso ogni distanza, le nuove colonie spirituali, i municipii sopravvissuti preparano nel comune la futura, perfetta sovranità del cittadino contro il feudatario creato dalla conquista e costretto a vivere di rapina, come espressione di una forza soltanto negativa e germe vergine e robusto di un'altra razza, che si chiamerà italiana, la più mista, la più ricca, più resistente che la romana, più originale che la greca, speranza e modello a tutta l'Europa futura.
E questa, pur nello sforzo instancabile di tanti secoli, non potrà conquistarla, fonderla entro alcun altro de' suoi popoli. L'Italia resiste a tutti gli invasori, stanca tutte le tirannidi, svia tutte le correnti, trasforma tutti i padroni, seduce, crea in una originalità inesausta: dentro la religione, che consola affermando, suscita la scienza, che rinnova colla tragedia del dubbio, e già municipale marinara, ha una giurisprudenza, un'arte, una politica, una diplomazia, corti in ogni castello, un parlamento in ogni borgo, un capitano in ogni venturiero, un re nel cittadino. E incredula e credente, serve il proprio clero e lo domina, si libera del misticismo colla bellezza dell'arte, ha tutti i vizii e tutte le passioni, tutte le abilità dell'esperienza e le infallibili intuizioni dell'ingenuità.
Senza l'Italia il medioevo europeo invece di un'aurora sarebbe stato una notte.
Poi nel millecinquecento, che gli storici di scuola credono ancora l'apogeo della nostra storia, mentre invece segna il supremo esaurimento della nostra lunga supremazia, l'Italia s'arresta o quasi. Spagna, Francia, Germania, Inghilterra, si mettono successivamente all'avanguardia; l'Italia pare un'ancella, un'anticamera di altre corti, un oscuro magazzino di lontani padroni, e non è vero. Nel seicento è ancorala scienza italiana che domina, nel settecento la musica: generali, architetti, pittori, scultori, formano le sue nuove ambascerie e affermano ancora la sua potenza: è serva, e i padroni vi paiono poco più che ospiti, i suoi ultimi principi scemano giorno per giorno. Il suo papato è un mediocre principato interno, abile nel destreggiarsi colle grandi corti straniere, la sua aristocrazia non ha più che partigiani, la sua incomparabile borghesia comunale è appena una clientela, il suo popolo un groviglio di corruzione e di barbarie.
Non importa: anche così l'Italia non può essere di nessuno: unica al mondo, nè la gloria del trionfo, nè la servitù della miseria possono esaurirla.
La rivoluzione francese passerà sovra di essa come una bufera, rifecondandola. Napoleone sarà italiano e improvviserà il primo regno di Roma per suo figlio, minimo fantasma nell'ultimo grande poema, povero, esile fanciullo, nel quale finirà come nella miseria di un giocattolo l'arte creatrice di impero.
Dopo mezzo secolo: ecco Cavour e Vittorio Emanuele, Mazzini e Garibaldi, che creano la terza Italia in una rivoluzione, alla quale la massa sembra quasi assistere soltanto, ma così profonda, originale, che tutte le altre d'Europa e d'America non vi possono essere paragonate: e dopo un altro mezzo secolo, ecco ancora l'Italia più libera e più ricca che ai tempi di Augusto, e che l'Europa rivolle perchè dalla sua originalità attende qualche forma nuova di bellezza, qualche più feconda cooperazione ai problemi intercontinentali, che adesso preparano la vera unità della storia mondiale.
Il problema più vero, più tragico ed insieme più pratico è adesso per l'Italia quello di apparire e di essere la grande nazione latina. Che cosa è la Spagna da gran tempo? Che cosa è più la Francia colla sua repubblica cresciuta come un fungo dalle putride radici del secondo impero, e che una serie degradante di parlamenti e di ministeri demagogici ha ridotto senza più una politica mondiale, come nei secoli delle sue monarchie, senza un esercito e una armata capace di guerra, con un governo prigioniero dei propri impiegati, con una ricchezza che si putrefa per mancanza d'ideale, con un'arte che oramai esprime soltanto la corruzione di un mestiere, con una religione che perseguitata non sa soffrire, con una sovranità plebea che non sa comandare a sè stessa e sogna i vecchi re, deride gli ultimi tribuni, paga i deputati e li sberta come i giullari degli schiavi cresciuti negli ergastoli sindacalisti? Eppure molto sopravvive nella Francia e molto rivivrà.
Per l'Italia, per noi, più giovani, più nuovi, ancora frementi della nostra rivoluzione creatrice, e che demmo al mondo lo spettacolo più mirabile di rinnovamento materiale e morale negli ultimi trentanni, miracolo al quale nemmeno possono paragonarsi i prodigi della ricchezza e del progresso americano, ancora così vuoti di significato, il problema è unico: affermarsi come il maggiore e migliore dei nuovi popoli d'Europa, o arrestarsi e decadere, consumando nell'inutilità di una effimera festa l'ultima energia rivoluzionaria dei nostri padri.