Imprudentemente Minghetti chiese:

— Perchè?

— Voi non siete padre, — rispose dolcemente De Meis: — io non lo sono, Oriani afferma con dolorosa superbia di non volere esserlo mai. È il figlio invece che crea il padre, secondo la grande parola di Hegel: è il figlio che del cuore del padre si fa la culla e lo muta per sempre. Coloro che piegandosi sopra una culla non hanno sentito la propria anima inabissarsi nella voragine della vita; che dinanzi alla nuova creatura non hanno dovuto dirsi: «sono io, io solo che l'ho evocata dall'inconoscibile a questa tragica e labile coscienza, e le ho dato il mistero per martirio e l'inafferrabile per mèta»: coloro che non hanno tremato della propria creazione riconoscendo nella creatura una vittima ed un giudice: coloro che non si seppero immortali in lei e non ne piansero di gioia o di dolore, e stringendo una culla non si tesero nello sforzo di gettarvi dentro l'universo; che cosa sanno essi del Natale? Noi tre siamo stranieri: Gesù non è nato per noi. Io non ho che dei morti: voi chi avete nella vita?

— Mia moglie soltanto.

— Avete sposato una madre, e non siete padre...

Ma la risposta gli parve forse così dura che si alzò.

Al solito egli non avrebbe parlato più per qualche tempo. Era stanchezza spirituale? Era inutilità del pensiero e della parola?

Dentro la serenità del gran vecchio, io, così violentemente pessimista, sentivo come un deserto lucido, freddo, muto: una solitudine polare con un cielo senza sole e senza notte, con un silenzio ignaro d'ogni voce.

Egli era solo, non aveva neppure la gloria, questo sole d'inverno che illumina, ma non riscalda. Minghetti gli si accostò, e gli prese affettuosamente una mano. L'illustre ministro era alto, roseo, colla fronte sfuggente sotto i capelli già bianchi, la bocca lievemente aperta ad arco e che il sorriso non animava mai. Minghetti non poteva sorridere: la sua bocca era così.

Ma appariva contento.