In quel momento all'uscio apparve Giuseppe, il vecchio cameriere, ed annunciò col suo accento bolognese:
— Il professor Panzacchi.
Il poeta, allora giovane, alto, grosso, bronzeo, con due piccoli occhi neri nella faccia quasi sonnambula, si avanzò sorridendo verso lo statista: erano rivali d'eloquenza e avversari nella politica.
— Benissimo! — esclamò Minghetti — come ne sono contento. — E per sollevare De Meis prosegui mutando voce: — Aiutatemi dunque a difendere Manzoni contro di lui, voi che siete un poeta.
Una ironia sottile come un fruscìo serico stridè in questa ultima parola.
— Ditemi, Panzacchi: è davvero così poco bello l'inno al Natale di Manzoni?
Il poeta si volse, sorridendo del suo sorriso incantatore, a De Meis:
— Stamane, prima di uscire di casa, sono andato a vedere il mio Fifo: stava per svegliarsi. Mi sono sentito salire alle labbra i versi di Manzoni:
Dormi, fanciul, non piangere,
dormi, fanciul celeste...