Perchè non rivederla, riudirla forse, fra i commenti di un pubblico non ancora guasto da polemiche musicali, fra le ingenue difficoltà di un teatro troppo piccolo, obliandosi come in un ritorno degli anni primaverili senza chiedere più nulla alla primavera, senza esigere nè dalla musica nè dai cantanti ciò che non possono dare, la potenza ferale della tragedia e l'ineffabile delizia di una espressione, che, superando pensiero e parola, si perde nelle vaghe lontananze dello spirito insino all'ultimo lido misterioso? Io non sono di coloro, che pretendono il dramma nella musica e vorrebbero persino imporle di significare le formule, dalle quali esce il dramma stesso: da lungo tempo ho acquistata l'indulgenza stanca ed ironica per tutte le forme pubbliche dell'arte, per gli architetti e pei tenori moderni, pei teatri e per ciò che vi si compie senza che la grandezza della città o della spesa influisca mai davvero sulla bellezza dello spettacolo. Quasi sempre un'opera data in un villaggio non è peggiore di quella rappresentata in una capitale, adesso che non vi sono più grandi cantanti nè grandi scrittori di musica: bisogna quindi scegliere fra due difetti, la falsificazione della grande arte e la sua infantile imitazione.
Ebbene, questa vale quella.
E poi quali teatri sono aperti nell'estate?
Che cosa cercare in un teatro, quando non si può esservi più un attore nella platea o nei palchi, perchè i vostri occhi veggono e le vostre orecchie odono troppo bene, e cogliete troppo presto i difetti in tutte le bellezze e le stonature in tutte le note? Il solo divertimento è quindi di sentirsi immerso, sommerso, fra una gente che si diverte ancora e non domanda nemmeno a Faone di essere un tenore, a Saffo di avere i capelli attorcigliati sulla sommità della nuca, a Pacini di avere scritto un dramma greco, al sasso di Leucade di essere abbastanza alto perchè Saffo possa ammazzarsi cadendone.
Il teatro piccino ha un delizioso orgoglio di signorilità nell'architettura e nella decorazione: è composto di un solo ordine di colonne, ma si congiunge per due cerchi di palchi al palco scenico: sul cornicione di questo si legge una scritta, che i miei occhi non decifrano più, sebbene in giro fiammeggino le lampadine elettriche improvvisate come una ghirlanda intorno al gran nome e al fantasma anche più grande di Saffo. Il fantasma, infatti, ha i capelli e gli occhi neri: quelli lunghi, questi profondi: sui capelli gira il solito frontile d'oro, dagli occhi, che non debbono avere più di venti anni, tratto tratto saettano fiamme, quando il canto della passione sale tempestando e dalla platea sale il murmure dell'ammirazione.
Mi si dice che la cantante si arrischia per la prima volta sulla scena, affrontando così il gran salto di Leucade colla confidente sicurezza della gioventù. La sua voce non ne trema, la sua figura alta diventa a volte superba nel dolore di certi atteggiamenti. Forse all'ultimo atto sembrerà più grande dello scoglio stesso, ma non importa: il motivo melodico del finale avrà elettrizzato il pubblico troppo contento del proprio teatro e dell'opera per avvertire questa dissonanza fra la statura del sasso e quella della donna. E il pubblico avrà ragione, come ai tempi di Shakespeare, come sempre.
Il bel colle, il bel sasso è fuori, al di sopra del teatro.
Brisighella gittata come dalla mano capricciosa ed onnipotente di un gigante sotto la sua cima, vi ha raggruppato alla meglio le proprie case componendo una nuova bellezza nel paesaggio. A mezza costa da un masso dirupato s'innalza la torretta dell'orologio, che vorrebbe essere vezzosa ed arriva a parere amabilmente goffa; più in alto domina, bello, severo, elegante, quasi intatto un torrione, avanzo di una rocca, che fu forse una meraviglia e dalla quale forse uscirono alcune di quelle bande del Rinascimento a rendere per tutta Italia glorioso il nome dei fanti di val Lamone: poco più in alto ancora una chiesa, un eremo, che non ebbe mai eremiti, e adesso ne ha due che girano questuando, almeno mi si dice, e lassù custodiscono una madonna cara a tutti i dolori e a tutti i sogni della povera gente. Intorno, mattina e sera, le cantano gruppi di ulivi, agitando nell'aria pura le piccole foglie impolverate d'argento: poi il monte digrada a cinghioni corsi da file di viti intensamente verdi, e altre viti si distendono per ogni china, dentro ogni seno, si arrampicano sugli alberi, serpeggiano, sospendono dovunque i grappoli, mormorando sotto il sole i canti della vicina vendemmia.
Lungi i contrafforti si ricongiungono all'Appennino, il fiume passa largo, quasi silenzioso, sotto Brisighella, che adesso ha una stazione, uno stabilimento — si dice così? non lo so — di acque, un teatro d'opera, un tumulto insolito di forestieri, una lindura cittadina sulla propria bellezza di montanaretta dal sangue ardente come il suo vino, dagli occhi pieni di fiamme come le schegge vitree de' suoi gessi.
Di notte lassù, più alto del torrione, il colle pare diruparsi come lo scoglio di Leucade, e non v'è nemmeno bisogno di essere poeta per vedervi qualche fantasma: sotto, il vento canta fra le viti e gli ulivi come sul mare; la stagione è ardente; le passioni, e l'amore più di ogni altra, possono infiammarsi, cantare e sognare.