Perchè no? Quante fanciulle salgono forse la notte lassù ad esalare il loro canto d'amore, col cuore tempestoso, e abbassando lo sguardo sentono il fascino dell'abisso, e adesso ripetono il nome di Saffo, che ieri non sapevano!
Nome pericoloso forse più del salto, al quale deve la propria gloria e che nessuno ritenterà di lassù agli appelli susurranti dell'ombra, perchè invece di sprofondarsi nel mare cadrebbe nel teatro rovesciandone lo scoglio dipinto e interrompendo il canto di Saffo non più poetessa, nè greca, e probabilmente nemmeno innamorata di Faone dopo averlo riudito come me, a tanta distanza di secoli, e tuttavia così da vicino.
Non importa; chi vuole ritornare meco a Brisighella?
11 agosto 1902.
L'ARCIERO
L'esile e sbilenco pescatore aveva appena finito di stonare la malinconica romanza dalla barca nera, che dietro lui apparve l'arciero vestito come un gentiluomo fantastico, col berretto ornato di piume e l'arco infisso entro una cassa da fucile.
Al solito, nell'angusto teatro della vasta signorile metropoli romagnola s'alzò un applauso vibrante all'eroe, che, sbandito dalla storia e dalla leggenda, sopravvive immortale nella musica e ancora gitta dall'alto dei monti il grido della libertà alle moltitudini sempre impazienti di nuove riscosse. Ma il popolo della scena non era bello: nello sfondo, sui picchi più acuti, invece della neve sembrava essere caduta della calce; il ponte dipinto in mattoni era di una novità, che sentiva ancora il collaudo; le montanine sedute agli arcolai li nascosero tosto non so dove, e la madre comparì con Jem, l'unico figlio, una donnina piccoletta e più rotonda forse del pomo, che al terzo atto il padre doveva meravigliosamente con una freccia levarle di sopra alla parrucca bionda, spiovente in riccioli intorno al suo viso di mela rosa.
Il teatro era pieno di ciclisti venuti da ogni parte d'Italia al convegno di Forlì per la grande sfilata domenicale dell'indomani; e per tutto il pomeriggio le strade larghe e silenziose avevano suonato di trombette gutturali, mentre qualche grido festoso salutava le squadre polverose degli ospiti drappellati dietro una bandierina e un capitano senza galloni.
Ma le decorazioni non mancavano: ne ho visto su tutti i petti, vecchi e giovani, nei più varii colori di una simbolica minuscola ed intricata; abbondavano le aquile e le ruote a smalto su targhe e medaglie: alcuni, i neofiti forse, le portavano in giro sui berretti come Luigi XI di Francia, il cupo re, usava colle madonnine benedette; tutti recavano sulla manica un bracciale collo stemma della loro città. Il giglio rosso di Firenze spiccava sopra un fondo di argento e pareva un vivo fiore di sangue. Bel fiore e bel sangue di poesia e di gloria, che si riaccendevano nelle fantasie, e sembravano mettere nell'elegante gaiezza di quei pochi fiorentini un orgoglio di superiorità senza offesa, una amabile condiscendenza di ospiti, che sanno di venire di lontano, dalla città degli incanti e dei capolavori.
E Forlì aveva preparato loro, col Guglielmo Tell un altro incanto antico di visioni e di suoni nel capolavoro di Rossini, un romagnolo, che non volle mai esserlo, e al quale la Romagna, così povera di figli illustri, si ostina ancora con irritata vanità a volere essere madre.