Anzitutto la musica non avrebbe potuto significare la tragedia del Golgota: poi quel motivo è bello, e il pubblico ascoltandolo pensa a tutto fuorchè al dolore della Madonna, si commuove, applaude ed ha ragione.
Tanto peggio per chi non lo crede.
27 settembre 1902.
LA VOCE
Ancora mi canta nell'anima come un'eco della giovinezza dileguata, quando da ogni fiore delle siepi ci giungeva sulla strada un saluto, e via pel cielo, tra il volo traballante delle libellule, fuggivano agitando i diafani veli misteriose ed inafferrabili visioni.
Ricordate nella Massimilla Doni di Balzac, il vecchio romanzo, quel patrizio anche più vecchio, che nella inconsolabile malinconia del tramonto veneziano senza gloria nè di arte nè d'impero si era rifugiato dentro la musica, e anche lì, inseguito da tutte le vanità e le insufficienze della vita, non amava, non chiedeva più che l'accordo di due note, la fusione di due voci? Mai forse il grande romanziere trovò simbolo più semplice e profondo della miseria spirituale, e la significò in un più originale fantasma. Tutto passa, e le ombre dileguano come le figure: tutto stanca, anche la bellezza che ci accendeva le pupille, anche l'amore che ci sollevava nella speranza della felicità, anche la gloria che ci prometteva la tirannia del comando nella solitudine della ammirazione.
Ogni vino più puro lascia una goccia fecciosa nel fondo del bicchiere: ogni illusione ci domanda il proprio prezzo in un disinganno; la donna che pareva il fiore della nostra vita, non può diventarne il frutto; la ricchezza, che era un frutto, maturando si guasta, e guasta quasi sempre anche la nostra anima.
E allora come un pellegrino, che la strada ha ingannato ed esaurito, l'anima cerca tra le ombre cadenti della sera, mentre il pianto della rugiada inumidisce già le ciglia dei fiori e gli uccelli si gittano spauriti gli ultimi saluti dalle frondi, qualche cosa o qualche figura, alla quale domandare un conforto di compagnia nella notte imminente. Accade per tutti così: siamo tutti dei naufraghi, che perdemmo la riva e la nave: siamo tutti degli esuli dalla giovinezza, che ci trattò come Firenze fece con Dante: siamo tutti dei vinti, che la sconfitta dimenticò sul campo di battaglia.
Come quel vecchio patrizio veneziano, ritrovato da Balzac dentro la propria fantasia di creatore, e che, stanco dell'antico palazzo troppo pieno di memorie, si era rifugiato in un bugigattolo, e gittando alle più fresche ed illustri cantatrici il proprio danaro non trovava l'ultima consolatrice sensazione che nell'accordo di due violoncelli, tutta la gente, che dura e non può anco rivivere, cerca in un'unica sensazione un riparo e una stazione alla vita. Gli altri le chiamano manie, e sono invece avanzi di abitudini, frammenti di una qualche speranza o di una fede, o di un vizio o di una virtù. Perchè bevono così i vecchi bevitori? Domandatelo a Baudelaire. Perchè le etère invecchiate riparano in chiesa? Perchè le bigotte si nascondono quasi in una sola e solitaria devozione?
Naufraghi e naufragi: bisogna illudersi ancora e sempre, sino all'ultimo momento, e anche dopo, giacchè questa necessità di speranza e di fede varca il limite pauroso e s'avanza per cieli ignoti, dietro fantasmi inconoscibili, all'accenno di un raggio arcano, all'eco di una voce anche più misteriosa. Qualunque sia l'essenza e il segreto della musica, questa arte suprema dello spirito, che parla ultima in un linguaggio intraducibile; comunque i suoi ultimi grandi tiranni abbiano potuto fantasticare ed errare chiedendole la rivelazione del dramma ed imponendole le necessità pittoresche della descrizione, questo almeno rimane ben certo che nel nostro tempo nessuna arte è così universale come la musica e in essa niente e nessuno più invocato ed amato di un cantante.