Ma gli anni, disseccando giorno per giorno la sua vita, le diedero un'austera apparenza di santità; la viridezza delle forze permettendogli ancora di presentarsi ai pellegrini e di compiere i riti in tutta la loro pompa più magnifica, preparò nell'ammirazione di questo caso fisico e nel rispetto istintivo dell'altissimo grado, il prestigio di un miracolo, che le profonde illuminazioni dell'idea religiosa rendono sempre più efficace. Adesso una soggezione inchina a lui le anime, gli si suppone grande il pensiero, invitto il cuore, splendente la fantasia. Si finge di non sapere che egli è appena un'insegna bianca da altri sollevata tratto tratto agli occhi del mondo, che i suoi ordini hanno solamente la sua firma, che tutti i vecchi vissuti sempre nella segregazione dal mondo sono presso a poco così santi, e che il suo pontificato resterà senza carattere nella storia come la sua poesia è senza accento nella vita. Gregorio XVI è ancora l'ultimo papa, nel quale il pensiero abbia brillato e l'opera reazionaria serbata l'impronta di persona viva: di lui resta un libro e la memoria che papa e re non ebbe un dubbio, e combattè tutta la modernità, senza patteggiare, rigido come una statua, altero, intrattabile, non vinto.

Oggi ad un grande papa abbisognano grandi iniziative; il cattolicismo nella sua guerra dovrà assimilarsi tutta la democrazia, o sarà vinto senza combattere colla più umiliante preterizione.

Se nella profezia, esumata da Gabriele D'Annunzio, il successore di Leone XIII alta ascendet, numine sacro afflatus, carminibus rincet, non sarà il papa apollineo, un suonatore di cetra, come si compiace di sognarlo il simbolico poeta; ma una mente così alta ed originale da levarsi rapida e sicura alle vette più combattute del nostro pensiero, una guida così audace da trovare una strada fra l'intrico dei sentieri, che ormai imprigionano come in un labirinto la coscienza del mondo; i poeti lo canteranno forse coll'entusiasmo di trovatori, riempiendo la sua via e incoronando di rime la sua vittoria, senza che alcuno tra essi riprenda la cetra di Leone XIII.

Questi non è un poeta. Solamente la soggezione a tutte le figure d'impero anche rovesciate o morte, che nei nostri spiriti rivela soprattutto il difetto di alta ingenuità, può oggi farlo credere tale, perchè ancora scandisce distici in un'età, nella quale la lingua per solito è già morta dietro le labbra aride.

Verdi è stato creduto un genio dopo l'Otello ed il Falstaff, così men belli del Rigoletto, solamente perchè seguitava a scrivere quando i pochi, che lo avevano sempre superato, erano già morti: Carducci conquistò l'unanimità dell'ammirazione nazionale colle ultime liriche della sua evoluzione monarchica, che saranno dimenticate.

Ricordo ancora il compiacimento di Marco Minghetti, l'ultima volta che lo vidi nella sua villa di Mezzarata, nel dirmi che il grande poeta, allora sospetto tuttavia di iracondia ghibellina, aveva dimesso il pensiero di scrivere un articolo sui carmi di Leone XIII. Avevo fatto colazione con lui, solo, nella modesta saletta; fuori una nebbia gocciolava sugli alberi, e dai vetri chiusi della finestra si sentiva il freddo umido dell'aria. L'illustre vecchio era già vinto dalla malattia, che doveva ucciderlo pochi mesi dopo. Mi aveva parlato trepidando dei pericoli, che lo scatenarsi delle nuove idee socialiste poteva far correre al governo rinnovando le ostilità repubblicane, ed era contento che Carducci, l'ultimo e il massimo dei convertiti alla monarchia, sentisse la necessità del rispetto anche alle poesie di Leone XIII.

Ma poichè non era egli stesso senza un fine senso letterario, vedendomi sorridere, soggiunse con quell'accoramento dei vecchi, i quali non sanno oramai a che rattenersi:

— Lo so, lo so che Leone XIII non è un poeta.

10 gennaio 1899.

IL PAPATO