Non lo so, ma quando i giornali annunzieranno il suo ritrarsi dall'arte, un silenzio cadrà sulle anime: poi da tutte, involontariamente, come da un coro, risalirà il saluto di Lohengrin, scendente al sacrificio terreno, saluto dolcissimo e mesto:

Mercè, mercè, cigno canor...

20 giugno 1902.

III AD LIMINA MORTIS

SOGGEZIONE

Non è un poeta.

Indarno Gabriele D'Annunzio in una sua fulgente visione ha creduto di mostrarcelo avvolto fra le pieghe misteriose di una vecchia profezia: Moriturus cithara tradit. Il bianco vegliardo mandando a Teodoro Dubois, maestro francese, un'ultima ode perchè la rivesta di note e tutto un coro di voci femminili, malgrado l'antico divieto rituale, la canti nel magnifico duomo di Reims, non ha deposto finalmente la cetra vinto dalla suprema stanchezza della vita. Ancora, se la morte non suggelli le sue labbra pallide, scandirà in versi latini le preghiere abituali senza che un soffio di poesia le sollevi trepidamente verso quel Dio, così alto e così umano, che egli può credere di rappresentare sulla terra. Avviene di lui come di altri, che la longevità sembra ingrandire in una mirabile prospettiva sempre più profonda ad ogni anno, mentre nel continuo occaso della vita le più radiose figure si oscurano ogni giorno e tramontano dimenticate quasi prima che vanite. E poeti come Gabriele D'Annunzio sognano di lui davanti alla immensa mole dei palazzi apostolici, sotto i fastigi maestosi di questa città ideale, così affollata di tutte le bellezze morte, alla cui porta vigilano ancora gli svizzeri del cinquecento: una città costrutta dal papato, adesso cinta da un assedio invisibile, silenziosa ed operosa nel segreto di una rinnovazione come un sepolcro. Quel vecchio papa, che sembra tuttavia da essa imperare al mondo delle coscienze, quasi disseccato dalla vecchiezza, ma col pensiero sempre acceso come una lampada sacra, adorato dai credenti, riverito dagli increduli, dirigendo ancora la secolare marcia convergente del cattolicismo attraverso tutte le nazioni, e interrompendo tratto tratto gli ordini brevi per levare un inno alla Vergine, è una figura simbolica, troppo prestigiosa nella sua unicità, perchè la fantasia delle genti e dei poeti non ne sia scossa. E nessun'altra potrebbe essere più ideale, se dentro al suo simbolo fossero l'uomo e il poeta.

Invece, dell'uomo nessuna grandezza di pensiero appari dalla sua vita di oramai un secolo, quando prete, vescovo e poi cardinale, poteva appunto nella minore importanza degli uffici meglio significare la propria originalità fra tante battaglie di idee religiose e scientifiche e la lunga agonia del papato, assalito da tutte le nuove forze democratiche, abbandonato da ogni più antica autorità. Mai come in questo secolo, dentro e fuori del cristianesimo, la tragedia dello spirito religioso trovò più solenni atteggiamenti, proruppe in parole più penetranti. Mentre la storia, con una delle solite ironie, sembrava aver voluto mettere nell'ultima ora del papato una comica bonarietà colla figura di Pio IX, sempre sorridente fra le catastrofi e, nella propria incapacità di comprenderle, così pronto a dissolverle in una barzelletta, qualcuno poteva di mezzo all'episcopato significare il nuovo spirito cattolico per opporlo alla trionfale grandezza dell'idea democratica. Il papato, cessando di essere un piccolo regno, doveva rinnovare il proprio immenso impero: un'altra interpretazione, nuovi modi di guerra, campi sconosciuti di battaglie, armi e difese originali si imponevano giorno per giorno: il papa prigioniero nel Vaticano doveva al mondo la formula di un'altra libertà; in lui inerme l'istinto delle moltitudini cercava l'interprete di una nuova pace, alla quale le ultime inevitabili guerre avrebbero servito di prologo.

Ma Leone XIII non sentì di aprire un'èra nella storia papale; prete e professore, il suo pensiero non era uscito dall'angustia del vecchio seminario; vescovo, di fronte alla rivoluzione italiana che cancellava e rinnovava, indietreggiò nella senile reazione di tutto l'episcopato; pontefice, pur dovendo serbare l'affermazione del proprio regno distrutto, non seppe levarsi più alto di tutte le contese politiche diventando la voce della giustizia divina, mentre le plebi, nell'angoscia della loro nuova coscienza cittadina, disertavano la chiesa e si addensavano sotto i vessilli di un'altra giustizia atea a reclamare minacciose il loro diritto sovrano alla interezza della vita. Eppure un soffio, un moto investivano papa e papato sollevandoli; nazioni avverse lo chiamavano arbitro ad impedire nuove guerre, moltitudini di anime, gelate dall'orrore di un disgregamento sociale, gli ridomandavano il verbo della fede, la certezza della speranza. Gl'Irlandesi sanguinanti nello sforzo indarno eroico di rivolta contro l'Inghilterra, lo invocarono, ed egli stette per l'impero anglicano contro l'autonomia cattolica: gli Armeni furono trucidati a centinaia di migliaia dalle selvagge soldatesche turche, ed egli non si ricordò che altri pontefici, minori di lui nell'impero e più pericolanti nel regno, avevano bandito le crociate.

Dinanzi ai nuovi eserciti socialisti non riordinò alcuna milizia degli ordini monastici, così varii ancora e così forti: volle forse la recente calata dei clericali italiani, e non ne scrisse nemmeno il proclama e non anco consegnò le bandiere.