Il morto secolo decimonono è entrato nella storia come un gran signore annunziato da molti titoli: e lo chiameranno dalle scienze, dalle nazionalità, dalle ferrovie, dai giornali: quest'ultimo sarà forse il più espressivo. Prima non v'era che il libro, monumento cui la gente guardava da lungi senza intenderlo, ma al quale pochi sapevano accostarsi: il libro come il monumento essendo l'opera di un uomo esprimeva dalla sua personalità quella più profonda ed inconsapevole del popolo: c'era quasi voluta una vita intera a produrlo nel sogno tragico della immortalità. Invece il giornale è di tutti, per tutti: come un'orchestra, della quale spesso il direttore non saprebbe suonare alcun istrumento, accoglie suonatori di ogni grado e di ogni classe: i solisti del grande articolo e gli anonimi battitori delle notizie: la sua vita è uno sforzo prodigioso di ogni giorno, la sua forza cresce dalla continuità della ripetizione: è impersonale e partigiano, anonimo e sfolgorante di grandi nomi, difende idee e serve ad interessi, ha una morale pubblica, che gli consente ogni bassezza della vita privata, è diventato un bisogno di tutti, anche di coloro che non lo leggono ma vogliono poter dire: il giornale c'è. Nell'arte, nella scienza, nell'industria, nella filosofia, nella politica, il giornale circola: è come la ferrovia delle idee e delle passioni; non si arriva quasi mai alla potenza che passandogli attraverso; è un crogiuolo che affina e un vaso che corrompe.

Nessun grande scrittore potè negli ultimi cinquant'anni sottrarsi al giornale; tutti coloro, invece, che non lo sono e si fanno della chiacchiera un mestiere, della parola un'arma e vendono sè stessi per comprare cose anche di più infimo valore, e servono il pubblico come gli antichi schiavi servivano gli antichi despoti, vi lavorano a vivere, a manipolare menzogne e verità, a segnalare tutto ciò che sorge, a nascondere spesso ciò che brilla, ad essere indispensabili come l'aria e come il vizio, ad ingannare tutti nella necessità della guerra di tutti contro tutti.

Oggi il giornale è un grande affare: occorrono capitali enormi a fondarlo, e nessun apostolato potrebbe o vorrebbe fornirli. Una stamperia capace d'improvvisare centinaia di migliaia di copie in poche ore deve servirlo, giacchè la potenza della sua notizia è soltanto nella sua freschezza: arrivare in piazza cinque minuti dopo significa non arrivarvi. Ma le notizie costano: bisogna andarle a cercare e saperle trasmettere: il giornale adesso non vive che di notizie: su cento lettori cinque appena ricercheranno l'articolo, ma la forza di un giornale è tutta nella sua diffusione, e in Italia il prezzo è immutabilmente fissato a un soldo.

Bisogna quindi salire oltre le centomila copie perchè un giornale costoso di notizie non sia passivo.

Se il suo direttore ha davvero l'orecchio alla piazza e il naso al vento, e i capitali o le rendite gli permetteranno la spesa grande delle notizie; se la sua redazione è tenuta in freno e i suoi scrittori non alzano troppo la voce, il giornale si diffonde, diventa un'abitudine del pubblico, il pensiero di chi non pensa, la convinzione di quanti hanno bisogno di vedersela innanzi formulata; è falange e rocca per il partito, pulpito a qualche scrittore, carro ciarlatanesco alle mascherate commerciali, che attirano la svogliatezza della folla, una strada che conduce a tutte le mete, una selva che ha i pericoli di tutti gli agguati e l'insondabile profondità del mistero.

Nel giornale tutto è doppio; la sua opinione esposta al pubblico non è quella dei redattori, che ne dissentono quasi sempre; ogni campagna aperta per un'idea o contro un uomo vi muore per un motivo inconfessabile; il danaro, questo signore supremo delle industrie, è per il giornale e il giornalista più che una ragione. Entrambi sono scettici, perchè sanno troppe cose e non ne sanno abbastanza; veggono tutti i retroscena, posseggono tutti i segreti, tranne quelli del genio e dell'eroismo; il giornalista d'ingegno è quasi sempre un ingegno fallito per la debolezza del carattere; serve ed è ribelle, striscia e morde, cincischia quanto non può spezzare, si offende della fortuna in chi sale e della virtù in chi sdegna salire.

Quasi sempre il giornalista è ancora più temuto che spregiato: egli ha in pugno la fortuna dell'individuo nella credulità del pubblico. Dal cantante al deputato, dall'industriale al maestro di scuola, dall'affarista al retore, dal grande autore allo scrittorello, che vuole essere stampato almeno una volta nella propria città, tutti hanno bisogno di lui e del giornale: quindi il giornalista si vendica della propria caduta sugli altri, fa pagare la decima all'affare, alla reputazione, al vizio, alla virtù; soltanto il limite della sua forza è dentro il limite del giornale stesso. I suoi fondatori lo fusero come arme per un loro interesse: questo dunque anzitutto, e al disopra di esso solamente la decenza morale; un giornale deve sembrare onesto per essere influente; il grande giornalista non ne ha bisogno. Egli vive quasi sempre alla ventura, lanzichenecco o condottiero secondo i casi, ma deve avere l'ingegno più fecondo, trovare ogni giorno l'idea o la parola fascinatrice: sa che la maggior parte degli autori illustri sul libro o sul teatro non lo valgono, che nove su dieci deputati non saprebbero trovare nemmeno il titolo dei suoi articoli, e invece li serve. Ecco la sua espiazione, il suo potere e la sua rovina, giacchè i giornalisti finiscono quasi sempre male.

Prodighi dell'ingegno e della vita improvvisamente appaiono esauriti e precipitano nella oscurità della miseria: spesso vi agonizzano lungamente appoggiandosi ad un vizio laido o grottesco; la gente guarda, non capisce e ride.

Eppure per tanti anni non ha sentito, pensato, parlato, che per la bocca di quell'uomo; la sua penna gettava baleni come la spada di un eroe, il suo giudizio era un oracolo. Nessun autore può diventare celebre se il giornale non lo dice.

Prima, il libro stampato in silenzio faceva in silenzio la propria strada; non v'erano giornali, ci voleva un libro per combattere un libro, e i lettori, dilettanti o autori essi medesimi, componevano un pubblico piccolo, fine, esigente: adesso che il giornale è l'eco di tutte le voci, il pubblico non crede all'esistenza se non di ciò che il giornale segnala. Un libro di cui non si parla è un libro non stampato. Perchè il giornale non ne parlerebbe, se il libro valesse davvero?