Ecco l'opinione della massa.

Quindi il pensiero non fu mai più schiavo e la celebrità più falsa di ora.

Nel tempo eroico del nostro Risorgimento a fondare un giornale bastavano cinquanta lire: ogni stampatore era sufficiente: nè vapore nè telegrafo: le diligenze lo portavano dieci miglia fuori della città: dopo quindici giorni qualche numero aveva percorso cento miglia. Si voleva l'articolo e una firma: oggi l'articolo deve essere prima accettabile dall'interesse segreto del giornale, altrimenti nemmeno il nome di Cavour o di Mazzini basterebbe ad ottenergli l'onore della pubblicazione.

— Pubblicatelo altrove — dicono gli ingenui.

Dove? in un giornale piccino che il pubblico non legge? E allora tant'è non pubblicarlo.

— Che importa se i giornali non parlano di un libro? Il libro serba intero il proprio valore e finirà coll'essere scovato — ripetono ancora gli ingenui.

Forse. Ma per appellarsi all'immortalità bisogna essere ben forti, poi si vive una volta soltanto e si muore inconsolabili di non essere stati riconosciuti.

Ebbene, sia: bisogna scrivere al di fuori, al di sopra del giornale: il suo silenzio è per l'ingegno la più ineffabile delle torture, quindi la più utile. Nella lotta suprema con l'invincibile soltanto il genio sprigiona tutta la propria forza; solamente nel martirio più insopportabile, senza onore di compianto, senza nemmeno la speranza che il suo esempio possa giovare ad altri, l'anima esprime la sua ultima verità.

Quanti ingegni illustri e dolorosi ne sono morti! Quante false celebrità del giornale sono già dimenticate!

Balzac, che con Dante e con Shakespeare compone la suprema triade dell'arte, fu nel secolo decimonono la vittima più illustre del giornale: lo negarono sempre, dappertutto; gli opposero mediocri e piccini, da George Sand a Bernard, morì povero, vinto. Wagner vinse vecchio con le opere, nelle quali il suo ingegno precipitava già per la parabola del tramonto dall'artificiale scogliera del suo sistema estetico; Bizet non potè vedere Carmen sul teatro. Galli a Roma è morto di fame dipingendo quadri senza neppure i colori, e vendendoli ad artisti arricchiti da tele credute buone come i cerotti, e che gli pagavano con una elemosina.