Ma senza il giornale la nostra modernità non sarebbe nemmeno concepibile.
La diffusione delle scuole elementari non conta: i fanciulli ne escono conoscendo l'alfabeto e dopo pochi anni non lo riconoscono più: nelle campagne il libro non c'è e il giornale non è ancora entrato. Ecco la differenza fra l'operaio di città e di villa. Passano più idee per una strada in un giorno che non ne escano in un anno da una università; un solo giornale, piccolo, informe, deforme, ne propaga più di una biblioteca. Quanti villaggi ne hanno una e la gente non lo sa!
Il giornale è il pensiero, e cerca tutte le persone, entra in tutte le case: si fa piccolo coi piccoli, parla una lingua indefinibile, ma intelligibile; l'autorità sul volgo gli viene dall'essere stampato: è un'arena nella quale tutti possono entrare, torrente che devasta, canale che irriga, cloaca che raccoglie tutte le immondizie e con la stessa facilità le trasforma in veleni o in concimi: è un'eco dell'arte, una sillaba della scienza, una parola della politica.
Sopprimete il giornale e sarà come se aveste soppresso i viveri alla gente: domandatele il suo giudizio sui giornali e vi risponderà con la parola più insultante.
Eppure fra la gente che legge non vi è chi non ne abbia uno: non una famiglia nella quale il primo articolo del figlio non sia come un battesimo di gloria, non un uomo fra i più superbi che non tema la guerra del giornale.
Questo capolavoro quotidiano di verità e di menzogna è un bene od un male? Perchè chiederlo, se da un secolo è già necessario? Il giornale può dire la verità? Non ancora.
Adesso attraversa la fase industriale: nella sua impresa, che impiega grandi capitali, l'abilità suprema è nel sedurre il pubblico maneggiando il maggior numero di elettori in politica e d'ingenui nel resto. Aspettate ancora che il giornale cresca sino ad arrivare davvero nel gran pubblico, la massa vera che non è d'alcun partito, di alcun interesse e cerca per istinto nella verità il proprio tornaconto: allora potrà dirla. Nel grandissimo commercio la frode del prodotto è impossibile, giacchè il segreto del suo trionfo sta appunto nella perfezione e nella costanza del tipo: s'inganna il piccolo cliente, che si può sostituire, non il grande che è immutabile.
Quando verrà quel giorno? Verrà, e basta.
Giornale e giornalista oggi sono quello che sono, utili sino all'indispensabile, potenti così che nessun dinamometro potrebbe misurare la loro forza; nel giornale si stampano spesso articoli che valgono un libro, notizie che nemmeno i governi sanno procurarsi, si dànno battaglie tragiche come quelle degli eserciti; nel giornale s'incontrano avventurieri come Cecil Rhodes, viaggiatori come Stanley, poeti come Hugo, romanzieri come Tolstoi, storici come Taine, scienziati come Darwin, filosofi come Spencer, sofisti come Marx, musicisti come Berlioz, scultori come Rodin, statisti come Cavour, apostoli come Mazzini, tribuni come Gambetta, condottieri come Garibaldi. E la canaglia vi pullula viscida, a mille colori, a centomila forme, una canaglia che disonorerebbe un bagno, con tutta la multipla, spaventosa bellezza dell'anima criminale: i meno pericolosi fra essi sono i più scoperti, i più ammirabili quelli che taglieggiano tutto, dal teatro alla politica, per gettare il danaro sopra un tavolo da giuoco o nel grembo di una cortigiana, capaci di scrivere il discorso di un ministro e di vendere un segreto di stato, mentendo con sì nobile bellezza di stile da finire col credere essi medesimi alla propria menzogna.
Nella mia prima conversazione con Quintino Sella in casa di Marco Minghetti, l'illustre geologo, diventato già il più coraggioso finanziere e il migliore statista d'Italia dopo Cavour, mi chiese sorridendo: