Ancora dura nell'anima d'Italia, e durerà lungamente misteriosa, l'angoscia pel suo primo re assassinato.
Mai tragedia si compose e si esaurì più rapidamente, inaspettata e solenne, fra una festa di popolo acclamante come in una olimpiade la bellezza dei suoi più giovani campioni, mentre il re, canuto non vecchio, premiava colla sua parola cavallerescamente gentile vincitori e vinti.
Perchè egli era ancora un re.
In questa fine di secolo, dopo tanto straripare di correnti democratiche e tempeste di rivoluzioni e avvento di genti nuove, egli era riuscito a questo originale capolavoro di apparire ancora un re. In lui nessun fasto di corte o gloria di guerra; non quell'orgoglio di stirpe antica, nel quale prosegue purtroppo la durezza di un impero e di una servitù già tramontate nella storia; non la capricciosa vanità di comando cresciuta nella simultanea decadenza del regno e del popolo e che diminuì tanto tristamente nel costume il carattere regale; non quell'abbandono della avita nobiltà, nel quale troppi dinasti cercarono una consolazione del privilegio perduto e una seduzione per riconquistarlo corteggiando l'anonima sovranità della folla. Egli era vero perchè semplice, e resterà bello perchè originale.
Cresciuto nella rivoluzione d'Italia, figlio di un re che vi rinnovò sè stesso, dovette presto sentire il soffio della nuova creazione. Come pel popolo era suprema necessità dimenticare tutte le tradizioni comunali e regionali per assurgere alla gloria di una nuova individualità, così il re di Piemonte per crescere a re d'Italia doveva trovare le ragioni del proprio ufficio in un rinnovamento della idea regale.
Se una volta, nella gelosa uguaglianza della nobiltà barbarica il re era primo fra i pari, il re moderno doveva essere primo nel popolo, significando nella lucidezza del proprio simbolo la sua coscienza storica, mentre nel governo idee e uomini si sarebbero combattuti per l'inevitabile selezione della vita.
Umberto fu così.
Egli comprese che un re, specialmente latino, non avrebbe potuto pretendere al comando degli antichi re separando il suo pensiero da quello della nazione o cercando l'impero nel trionfo del proprio arbitrio sulla volontà popolare. Quindi realizzò una formula, che sembrava assurda forse a coloro stessi che la bandirono come una magnifica novità del pensiero: «il re regna e non governa»; e regnò vent'anni alto sulle menti e sui cuori.
Mai forse le idee e gli interessi di una nazione retta a monarchia ebbero più libero arringo e più incorrotto patrono, mentre il re guardava ed ascoltava, triste sovente di quanto vedeva ed udiva, ma frenando in sè stesso ogni istinto di iniziativa per non offendere la malata suscettività della recente ragione democratica.
Dinanzi al severo giudizio della storia questa nuova virtù del re moderno fu sempre utile alla nazione? Il popolo ha davvero, in sè stesso e nei propri eletti, la forza per risolvere i problemi profondamente segreti o contraddittoriamente palesi della propria vita?