Così l'omicida, che assassinando non arrischiava nemmeno di morire, come avrebbe dunque potuto intendere la profondità di questo simbolo regale e chiederne alla morte il segreto?

Invece di uccidere il simbolo egli ha reso immortale il re nel cuore d'Italia.

3 agosto 1900.

LA VEDOVA

Chiamiamola così.

Poichè nel telegramma all'arcivescovo dì Napoli Ella non volle firmare che: «Margherita povera donna», non guastiamo con la pompa volgare dei nomi l'epica semplicità del suo dolore e della sua rassegnazione.

Era la prima signora d'Italia, come già il grande poeta, ora condannato al silenzio, l'aveva salutata in un'ode fulgida come un'aurora. Attraverso i veli della classicità, in mezzo ai fantasmi conservati nella incorruttibile bellezza dell'arte alla memoria delle genti, egli aveva creduto di riconoscerla come una figura d'altri tempi cantata da altri poeti. Allora il popolo si addensava intorno a lei nella festa di un nuovo regno.

Il re che aveva potuto compiere il miracolo della terza epoca italiana, era morto in una cameretta del Quirinale, il palazzo estivo dei papi, chiuso dentro la giacca del cacciatore, nella quale il popolo lo aveva forse più amato che sotto il manto di ermellino; era morto quasi improvvisamente, e l'Italia aveva sentito che con lui moriva il più mirabile fra i tanti periodi della propria storia.

Ma Vittorio Emanuele era vissuto solo fra i figli e in mezzo al popolo; il suo trono negli anni della lunga e difficile prova era quasi vanito alla fantasia della gente. Egli, il re di Piemonte, non lo considerava che come un gradino del futuro trono d'Italia, al quale si poteva salire solamente colla vittoria; quindi volle essere soldato e generale italiano prima ancora che la rivoluzione così l'acclamasse.

E quando la fortuna premiò in lui la virtù di tutto il popolo, ponendo nella sua mano il pensiero di Mazzini e la spada di Garibaldi, il suo trono sembrò ancora un altare, sul quale, come nei tempi primitivi, tutta una nazione avesse deposta l'offerta votiva dei propri migliori tesori.