Ma il re nel trionfo rimaneva solo, nessuna donna era vicina a lui, vedovo dai primi giorni, quando, raccogliendo la corona insanguinata sui campi di Novara, aveva affermato dinanzi alla solenne minaccia del vincitore che il Piemonte serberebbe fede all'avvenire d'Italia.

L'Italia amò il proprio re, ma in questo amore mancava la tenerezza, la luce e il profumo che sono l'incanto vero dell'amore, la sua forza misteriosa di consolazione.

Il re era vedovo; e vedovo pure era Garibaldi, che aveva perduto Anita, e più vedovo Mazzini, che non aveva potuto trovare una donna nella propria vita di creatore, esule dalla propria creazione.

Il poeta salutò in Margherita la prima regina d'Italia. Nella sua fantasia troppo affollata di fantasmi classici, nel suo orecchio troppo memore delle musiche antiche, si compose intorno alla nuova eletta un corteo e una corte di accademia; il ritmo di Orazio si congiunse alla strofa petrarchesca e le Cariti pagane e le Madonne cristiane discesero dai loro cieli come all'incontro di una nuova bellezza.

Era magnifico, ma non vero; il poeta aveva sognato invece di vedere, levando il proprio canto sul colle sacrato da secoli alle Muse, anzichè dal mezzo della piazza gremita di popolo festante ed acclamante nell'orgoglio d'una visione moderna.

V'era finalmente una donna, che poteva significare l'Italia; sulla nuova scena della nostra storia una figura era apparsa, bionda e gentile, con tutta la grazia della dama, quale tanti secoli di privilegio avevano potuto comporla, e nell'incanto sincero della signora, come l'anima nostra la pretende e l'adora.

Se il re era il primo cittadino e avrebbe regnato per questa mirabile superiorità, vincendo gli ostacoli di ogni tradizione e di ogni opposizione, la regina, che non aveva modelli nel passato italiano ai quali chiedere ispirazioni, doveva trovare in sè stessa, nella originalità del proprio spirito, una ideale bellezza, che le desse sulla folla e sugli spiriti eletti il medesimo impero.

Così non somigliò a nessuna delle regine e delle imperatrici più riverite in Europa. Ella comprese subito che la sovranità della regina non può essere che quella stessa della donna, in una eccellenza della natura e della vita, senza pretendere di forzarne i confini; quindi nessun vanto in lei del grado o dell'ingegno, nessuna affettazione della coltura e della grazia, nessuna rigidezza di nobiltà antica o di orgoglio moderno. Mentre in tutte le donne, anche le più umili per nascita o per spirito, una vanità sale a scomporre il carattere femminile suscitandovi una male definibile rivalità coll'uomo, nella quale soccombe ogni bellezza e virtù muliebre, la regina d'Italia creò in sè stessa il modello della donna e della signora, che intende ed inspira, regna e governa, ma serbando sempre al proprio pensiero la stessa malìa del proprio volto, e alla propria opera l'irresistibile segreta efficacia di una suggestione.

Quindi tutti ne sentirono la poesia come nei primi giorni di primavera si sente nell'aria il profumo dei fiori non nati, e per l'azzurro dei cieli e sulla distesa del mare trema un palpito nuovo: il nostro occhio lo coglie, il nostro sangue ne freme, e la nostra anima risale così alla speranza. E la profonda poesia della natura, la profonda poesia della donna, dalla quale siamo nati, per la quale dobbiamo creare e morire.

La donna, che non sa questa sua onnipotenza, non sarà mai regina; ma la regina, che potè significarla per vent'anni a tutto un popolo, fu davvero la donna, alla quale dopo tanta rovina d'ideali lo spirito si leva pregando come ad un simbolo di salvazione.