E adesso Ella ha gridato come una povera donna sperduta in una notte di tenebre e di morte, ha gridato a Dio e all'Italia. Le hanno ucciso il marito, le hanno ucciso il re; non è più sposa, non è più regina, e tremerebbe forse di essere madre, se questa paura, un diritto di tutte le madri, le fosse consentita.

Perchè Ella non ha che un figlio.

Eppure non una parola ha diminuito in lei la magnifica grandezza della sventura; per qualche giorno, nello smarrimento di tutti, Ella è stata il re, ha pensato, ha regnato, ha trovato l'accento dell'impero e della tragedia. Se il suo capo ancora biondo si è piegato sotto le parole del sacerdote, e la sua anima ha singhiozzato nell'immensa nuova solitudine, la regina è rimasta ritta dinanzi alla morte nella fede di Dio e dell'Italia. Ella crede nel mistero della giustizia, e sa che tutto è miseria davanti ad essa, perchè l'innocenza medesima deve essere immolata; ma sa pure che il dolore e la morte sono le due prove più necessarie alle grandi verità.

Oggi popolo e clero mescolano preghiere intorno al cadavere di Umberto I; non vi sono partiti in quest'ora, tutta Italia si fonde in una nuova, più salda unità.

La regina vedova, che amò e credette, rimarrà per sempre inconsolabile nel proprio lutto, trovandovi l'ultima ideale bellezza, e più lungi, più alto, regnerà ancora sull'Italia, già non più vedova oggi dopo il suo giuramento a Vittorio Emanuele III.

Ave, regina: i morti della tua casa ti salutano come la custode del nuovo regno, mentre l'Italia si leva a te silenziosamente ammirando.

8 agosto 1900.

I MESSAGGERI DELLA MORTE

Un vento di gloria e di gioia solleva l'anima d'Italia. Il duca degli Abruzzi è ritornato dal polo dopo un lungo viaggio attraverso l'ultima regione dell'inconoscibile, lungi dagli sguardi e dalla memoria del mondo. Quando partì un fremito corse nei cuori, ma la pubblica opinione, distratta dalla miseria delle vicende parlamentari governate dal ministero Pelloux, parve non sentire la magnifica poesia di tale impresa, per la prima volta guidata da un principe. Eppure il motivo lirico non poteva essere più nobilmente originale. Al polo andavano e sparivano da secoli centinaia di poeti, i più mirabili, perchè cercavano la poesia nell'opera anzichè nell'immagine: partivano da ogni paese, sopra navi di ogni forma e di ogni forza, spiegando al vento bandiere di ogni colore e di ogni stemma, alteri, gravi, silenziosi, nell'eroica sfida al doppio mistero della scoperta e della morte. Nessuna tentazione di guadagno nel loro proposito, nessuna vanità di regno nella conquista dell'impero sconosciuto, lassù, lontano, dove il mare si rapprende in un deserto di cristallo, il giorno e la notte si dividono l'anno a mezzo, e la notte è senza tenebra e il giorno senza luce. La vita vegetale non ha potuto penetrarvi, perchè la terra vi è coperta di una armatura di ghiaccio: appena nell'estate, perchè anche lassù v'è un estate, qualche fiore spunta, sorride e muore.

I fiori sono dunque più irrequieti degli alberi, hanno meno paura del gelo, meno bisogno della terra?