Forse.
Non somigliano essi alla speranza, non sono il desiderio trionfante sempre e dappertutto, dove il sole e il ghiaccio bruciano egualmente nell'ombra sotterranea, che ignora tutto sulla cima impervia che sarà eternamente ignorata?
Ma pochi di quei poeti tornavano.
Il loro viaggio era lungo come un poema e doloroso come una tragedia, che gli eroi recitavano con orgoglio sublime sopra un teatro vitreo, senz'altro spettatore che Dio, senz'altro suggeritore che il proprio cuore.
E un principe d'Italia, mentre in quasi tutte le nazioni la regalità pare così poveramente diminuita e dinastie cadute e dinastie cadenti gareggiano nell'oblio dell'antica eccellenza, aveva pensato che l'Italia risorta così miracolosamente nella storia doveva correrne tutti i campi, tendere a tutte le mete, imprimere un'orma su tutte le vie, cercare, pretendere, ottenere una conquista alla propria bandiera. Questa era caduta nell'Africa fra i morti di Adua, per colpa di generali, del ministero, del parlamento, del paese, di tutti: era caduta, perchè mancava nelle menti il pensiero di Cavour, e nei cuori la virtù di Garibaldi.
Dopo la sconfitta, per concludere troppo presto la pace, si era perduto più che la guerra: la nostra preparazione nazionale dopo Roma aveva fallito, la nostra vita diventava una sosta nella nostra storia, la nostra coscienza un enigma per noi stessi. Gli epigoni della rivoluzione, veterani e reclute di tutte le sinistre, predicavano al popolo la viltà della rassegnazione e il senno della fuga; retori del parlamento e di piazza, mendicavano l'applauso della folla con gli insulti a tutti i sogni di una patria grande: false madri schiodavano le rotaie presso la stazione di Pavia per vietare ad un treno di partire con un manipolo di soldati pronti alla riscossa. Fu un'ora lunga di viltà e di dolore.
Forse in quell'ora stessa il giovane duca degli Abruzzi, sentendosi riardere dentro la fiamma di un antico orgoglio, pensò ad una vittoria ideale della scienza sulla natura, alla conquista di un impero vuoto nel più terribile fra tutti i misteri della geografia, con una impresa superiore ad ogni vanto di attore e di pubblico.
Così fu sempre nella nostra storia millenaria.
Scipione difese Roma in Africa; Cavour la conquistò all'Italia in Crimea: e quando la vostra Casa, quasi ignota alla vita italiana nel medio evo, stava per apparirle come l'asilo di tutto il suo futuro, e l'Italia esausta dalla fecondità di tanti secoli sostava finalmente dietro più giovani ed iniziatrici nazioni europee; anche allora nell'esaurimento di ogni azione politica e sotto il peso di una nuova servitù, lanciava Colombo alla conquista d'America e Galileo a quella del cielo.
Le solitarie vittorie dei pochi valgono qualunque trionfo del popolo: anzi dalla stanchezza e dallo smarrimento di questo, più audaci e più belli si slanciano gli eroi dell'avventura per chiedere alla morte quell'ideale di verità, che la vita non ci potrebbe più dare.