Che importa se l'impresa non possa o non debba riuscire?
Ogni estate non ebbe forse innanzi una primavera, e il frutto è forse più bello del fiore?
Nessuno potè ancora avvicinarsi così al polo da indovinare, attraverso il suo crepuscolo, qual mare, quale terra, quale forma di vita passata, presente, futura vi si nasconda. Ma il mistero sarà vinto.
Adesso la bandiera d'Italia, colla bianca croce di Savoia, simbolo di martirio e di conquista, sventola solitaria nella solitudine del polo a 86°, 33′; nessuna bandiera aveva ancora potuto salire così alto, nessun'altra forse la sorpasserà presto, perchè sugli applausi al giovane duca e al suo eroico compagno è già squillata una parola superba di promessa, quasi una nuova sfida all'artica sfinge.
L'Italia si risolleva dal lutto regale, così recente e ancora così inaccettabilmente incompreso, nella fede di un altro principe che cercò la prova della propria sovranità dove la vita stessa non aveva osato inoltrare, preparandovisi forse alla necessità di più storica impresa.
La poesia è un'infanzia: ma i fanciulli poeti diventano gli uomini eroi.
Egli ritornava vittorioso di tutti i rivali morti e vivi, ma vinto lui stesso dal mistero: il suo capitano, come Diomede nell'Iliade era uscito indarno dall'attendamento e per cento giorni aveva camminato nella solitudine superando ogni ostacolo, finchè la fame, più terribile del freddo e della morte, lo aveva costretto ad indietreggiare.
Lo aspettavano. Il temerario avrebbe voluto ricominciare, ma la piccola nave dal nome augurale, Stella polare, soffocata dal ghiaccio riposava ancora sullo stesso fianco ferito.
Bisognava ritornare, e pur troppo qualcuno si era perduto lassù, che mancherebbe nel giorno della partenza.
La sfinge polare aveva voluto un sacrificio. La partenza fu triste; i nuovi argonauti si sentivano dietro le spalle garrire la bandiera italiana, e dentro il cuore l'ultimo saluto dei compagni perduti, sepolti, incorruttibili nel ghiaccio eterno.