Ma un'altra novella di morte veniva loro incontro.

Due gentiluomini milanesi, i signori Silvestri e Carsis erano partiti d'Italia, mentre più oscuro era il lutto di tutti gli spiriti intorno al cadavere del re assassinato, per recare al duca degli Abruzzi la prima dolorosa parola della sua patria.

Ma dove l'avrebbero incontrato? Non lo sapevano.

Messaggeri della morte, si erano avviati non visti dalla folla, senza chiedere un salmo, senza pretendere un premio. Come i cavalieri di una leggenda andavano al principe attraverso il mistero, per devozione di sudditi, per virtù di compagni, e lo incontrarono nei paraggi di Hammerfest, nel punto estremo della Norvegia.

Compirono il messaggio, la bandiera della Stella polare si abbassò a mezz'asta salutando mestamente da lontano. Il re era morto, ma l'Italia gli aveva giurato nuovamente fede come ad un vincitore sotto la volta del Pantheon.

L'amore rinasce dalla morte, ogni gloria vera sale da una tragedia.

Adesso l'Italia plaude al duca degli Abruzzi, la folla inonda stazioni, stipa le vie, gonfia le piazze sulle quali appare: intorno a lui è una ressa di mani che si tendono, una esultanza di cuori che cantano: a lui e ai suoi eroici compagni l'applauso monta collo scroscio dei torrenti e l'impeto delle tempeste.

Però i messaggeri sono scomparsi: nessuno li ha più veduti, appena qualcuno ricorda il loro nome.

Tanto meglio!

Vi sono dunque ancora dei gentiluomini in Italia abbastanza nobili per concepire un'impresa di poesia, ed alteri per compirla in silenzio. Tanto meglio per loro e per noi, che la vita quotidiana costringe a soffrire ogni più misera vanità di parole e di opere, di prepotenza plebea e di ipocrisia patrizia, di lusso, di mandati, di ciondoli.