Le tre Città e I quattro Evangeli non riconfermarono, nella prova stessa dell'esaurimento, che l'unilateralità del suo ingegno, e l'inguaribile mestizia del suo pessimismo: quindi incredulo egli non vide a Lourdes che una idolatria e una illusione; moderno, non sentì in Roma nemmeno la modernità spuntata come un fiore originale fra le immani, millenarie rovine; parigino, tentò stringere Parigi in un abbraccio creatore, e l'immensa metropoli non se ne accorse nemmeno.

I suoi evangeli, che avrebbero dovuto ritmicamente essere quattro, se la morte non l'avesse impedito, non ebbero di sè stessi che il nome; il romanzo non vi raggiunse la divina trasparenza delle parabole; per esser sacro fu ottimista, e per diventare ottimista non si compose più che di figure dipinte sul cartone, desolantemente monotone, ancora più false nella virtù che quelle dei penultimi quadri del vizio.

Il grande romanziere era già morto prima, e l'inconsumabile marmo della sua tomba era nei libri plebei, che primo e solo era riuscito a scrivere contro il secondo impero.

Là può riposare sicuro, attendendo il giudizio della storia.

La postuma trilogia, della quale parlano adesso i giornali, non avrebbe rianimato lo splendore della sua face morente. È quasi impossibile scrivere un capolavoro facendo l'apologia del proprio padre contro un partito che lo insulta; Claude Bernard era un eroe ed un martire, che soltanto un poeta a lui simile poteva indovinare; Napoleone è un mondo in un uomo, e l'uomo in lui è una sfinge, alla quale non fu ancora strappato il segreto.

Le storie hanno già dato quello del suo tempo, e i poeti tentato l'altro della sua anima; ma il segreto non sarà rivelato che da un genio come Dante, o come Shakespeare.

Balzac non osò, forse; Tolstoi gli era nemico, e non sarebbe egualmente bastato.

Zola non era un genio.

20 maggio 1903.

IL GIGANTE PLEBEO