Una nemesi si agita nel suo ingegno e lo strazia. La sua giovinezza era stata povera, abbandonata a tutte le miserie e a tutte le umiliazioni: aveva studiato solo, a sbalzi, quando poteva, come qualcuno che cerchi piuttosto delle armi che delle verità, perchè la verità egli credeva di averla dentro di sè, nella onestà del proprio cuore ferito dai contatti della realtà, nauseato dallo spettacolo della decadenza imperiale. Così pensò di rivelarne la storia segreta in una serie di romanzi, che avrebbero dovuto essere anche un'opera di scienza, colla precisione di un metodo sperimentale e la gloria di una nuova originalità nell'arte.
Invece furono una requisitoria meravigliosa, che dai bassi fondi sociali saliva ai fastigi dell'impero, cacciandosi innanzi come per una larga via inondata di sole un branco di lupi e di porci; ma nell'ascendere la vista acuta del romanziere s'intorbidava e la sua intuizione diventava incerta, mentre la sua analisi rimaneva superficiale, e la materia più ancora dello stile gli si guastava nello sforzo di esprimere le forme di una vita non conosciuta o non compresa. Aveva voluto essere uno scienziato, e la scienza non poteva aiutarlo nell'arte; si era chiuso in un sistema, e la vita eterna, infinita, ondeggiava al di fuori moltiplicando come sempre i mostri e i capolavori nel bene come nel male; era un plebeo, e non intendeva la signorilità nè nel vizio nè nella virtù; era un poeta, e violava la propria poesia in un preconcetto prosastico di positivismo; era un moralista, che detestava il male e ne odiava le proprie incarnazioni, senza la facoltà divina di Shakespeare e di Dante, di Balzac e di Tolstoi per esprimere le pure consolatrici figure della vita mescolate alla folla, o raggianti sovra di essa nel tenue chiarore delle stelle.
Poi la sua vita e la sua arte furono una polemica e una battaglia.
Aveva inventata una estetica più assurda ancora di quella di Wagner perchè basata sulla scienza, e avrebbe voluto tutto ricondurvi, mentre invece ne trionfava tratto tratto obliandola nel volo dell'istinto dietro qualche segreto della modernità, o indovinando nel panteismo della propria poesia, così simile a quella di Hugo, da lui tanto odiato, un motivo della natura sulle orme del romanticismo già morto.
Hugo aveva investito l'impero colla tempesta delle proprie odi e odiato l'imperatore come un nemico personale, che gli avesse ucciso la repubblica: Zola gettò sul cadavere dell'impero, a palate, la gente che lo aveva vissuto, trista gente di danaro e di lussuria, senza fede e senza originalità, volgare nel carattere e nella intelligenza, che si ubbriacava non avendo nulla da dimenticare nel vino, e si prosternava ad una cortigiana senza nemmeno intenderne la bellezza fisica.
Ma v'era quella gente soltanto nell'impero?
E l'impero come avrebbe potuto così sovrastare per vent'anni alla Francia e all'Europa? Balzac, ricostruendo la prima epoca napoleonica e la Ristorazione, aveva compreso tutto e tutti: non amava e non odiava; era disceso in tutte le fogne e salito su tutte le vette, creatore di un mondo vivo e che per lui resterà immortale. Zola era un ateo, e Balzac credeva a tutte le fedi; Zola non conosceva bene che la classe operaia, e Balzac passò egualmente rivelatore attraverso ogni altra, e per lui non vi furono misteri, nè in alto nè in basso, nell'ombra dei santi e dei delinquenti, nei silenzi della solitudine e nei tumulti delle folle.
Però Zola maneggiò queste meglio di lui, rinnovando nel romanzo quasi il coro della tragedia greca in una individuazione meravigliosamente varia e precisa, densa quasi come le folle e impossibile ad essere ricordata dal lettore per la sua stessa inesausta quantità.
Ma compìto l'immenso ciclo dei romanzi imperiali, al culmine della gloria, mentre l'atroce tragedia dreyfusiana della folla stava per attirarlo nella propria tempesta imponendogli un esempio di eroismo cittadino, come tutti i veramente grandi egli aveva sentiti i limiti e le insufficienze della propria opera. Il trionfatore si credette quasi un vinto, e con sublime ardimento tentò la suprema battaglia.
Era tardi, e fu indarno.