L'amore nel grido supremo invoca la morte; la gloria non è che immortalità nella memoria dello spirito.

Adesso la Francia democratica ignora ancora di avere Balzac. La sua aristocrazia, la sua borghesia, il suo popolo, la sua repubblica non contano nè sull'Europa, nè in Europa: è ricca indarno, più indarno moderna: le sue bandiere non sanno più il vento delle battaglie e il suono delle vittorie; i suoi ministri patteggiano il proprio scanno con tutti i forti all'estero come all'interno; le sue arti hanno perduto il segreto dell'originalità, la sua filosofia è discesa nella letteratura, la sua scienza trionfa nell'imitazione. Qualcuno qua e là resiste ancora nobilmente, ma la Francia non lo sa; la sua vita sale dalla piazza e dipende dalla piazza; i suoi uomini più illustri, i nomi più celebri crescono e crebbero nella sua servilità.

Balzac sarà sfrattato morto dall'ultima casa.

Rodin non scolpì già un maiale dentro una tonaca da frate per effigiarlo? E non dicono Rodin il Michelangelo francese? La Francia plebea e la Francia officiale non delirarono anche recentemente per Zola, trasportando le sue ceneri al Pantheon? Chi era Zola di fronte a Balzac? Un verro davanti ad un leone.

Che cosa è adesso la Francia davanti a Balzac?

8 maggio 1909.

TRILOGIA POSTUMA

Mentre Jaurès dalla tribuna rievoca lo spettro di Dreyfus dinanzi agli occhi del parlamento e del popolo francese, quasi adempiendo l'ultima volontà di Zola consegnata nell'ultimo romanzo, altri indagano sull'opera incompiuta del grande romanziere, e prodigano rivelazioni sui fantasmi così improvvisamente con lui seppelliti. E pare che dopo Le tre Città e I quattro Evangeli un'altra trilogia gli urgesse il pensiero creatore, un triplo romanzo di tre eroi egualmente tragici nell'immensa differenza della loro vita: Zola padre, l'ingegnere, il costruttore, in lotta colla materia vivente per aprire nella terra un canale, che fosse una nuova arteria nel magnifico corpo della Francia; Bernard, il fisiologo solitario, selvatico, quasi misantropo, perduto nella ricerca del supremo segreto, torturando e uccidendo i piccoli viventi per strappare alla morte la sillaba rivelatrice della vita, egli stesso torturato ed ucciso dalla propria famiglia incapace di amarlo perchè incapace d'intenderlo; e Napoleone, pallido, enorme, chiuso in una bufera di guerra, che sconvolge il mondo e lo rinnova, rigido nella volontà di un sogno falso e irresistibile, senza pietà per gli uomini, che lo adorano e che egli gitta alla morte come un pulviscolo fecondatore.

Sarebbe Zola riuscito in questa estrema impresa?

Certamente l'ingegno suo era grande, e dopo Balzac, in Francia, nessun romanziere segnò orma più profonda ed originale; ma a lui troppo inferiore nella vastità del pensiero e nell'onnipotenza dell'intuizione, non seppe comprendere le antitesi della vita, il sublime e l'ignobile, l'ingenuità primitiva e la raffinatezza decadente, i santi e la canaglia, le idealità dell'anima e le ferocie della carne, gli eroi dello spirito e i falsari della parola o dell'azione. Egli era un pessimista, che odiava e soffriva: quindi nella sua analisi del male si sente un rancore inconsolabile, che si accanisce contro i propri fantasmi, e si vendica enumerando pazientemente tutti i difetti, scoprendo le piaghe, insultando ed urlando. I suoi personaggi non sono materiati che di carne, non pensano, non sentono, non operano che per essa: l'anima, se ne hanno una, è anche essa carnale e ignora il mondo delle astrazioni, le sfere della bellezza, le contraddizioni del pentimento, i martirii del dubbio, le espiazioni del dolore, che discende dalle alture spirituali come una fiamma purificatrice sopra un altare lordo di fango e di sangue.