Balzac fu così.
La vita non seppe nascondergli un segreto, la filosofia un mistero, la scienza un enigma: chiuso nella sua stanza giorno e notte, vedeva come attraverso una allucinazione; corpi e anime si svelavano davanti a lui, che simile ad un dio creatore aveva la passione della vita, la simpatia di tutti i suoi vizi e di tutte le sue virtù, dei santi nei quali sale come un incenso trasparente, dei mostri nei quali si condensa come una forza ancora indomata. Le vergini gli dissero le parole più pure, e le cortigiane quelle più dolorose: l'avarizia gli sfilò davanti in parata con tutta la eterogeneità dei propri cannibali, il giornalismo gli chiassò intorno con tutti i campioni del proprio esercito, venturieri ed eroi, ladri e saccomanni, cavalieri sperduti e fantaccini in cerca di una bandiera. Le province ignote sino allora all'arte e alla storia si apersero al suo sguardo come sotto la magia di un invito: costumi secolari, anime antiche, intelletti sopravvissuti, avanzi di bellezza e di nobiltà, inesauribili caratteri della resistenza popolare e plebea, deformazioni superstiti della morta feudalità, improvvisazioni originali della rivoluzione e dell'impero; e poi la lenta, millenaria opera della Chiesa e della monarchia sulla coscienza francese, l'architettura dei suoi castelli e delle sue cattedrali, la rustica fisonomia delle sue terre, i monti coi loro segreti, il mare co' suoi misteri, i villaggi sempre immobili nell'ingenuità primitiva, le città chiuse nelle muraglie medioevali come in una armatura; e poi ancora la Francia del passato e del presente, aristocrazia, borghesia, popolo, plebe, tutti i delinquenti, tutti gli eroi, tutti i martiri, tutti i santi, tutti i grandi, che la vita adopera e spezza, e che nemmeno la morte può rivelare.
Balzac era così.
Non lo videro, non lo capirono, non lo vollero.
Hugo geloso, perchè più piccolo, tacque sempre di lui; George Sand l'offuscò colla propria celebrità di donna scandalosa nella vita e nell'ingegno, entrambi minori; Michelet l'insultò, i critici lo negarono unanimi, i poeti non lo indovinarono, i governi non seppero, il popolo non capì: egli era tutto, il pensiero e la passione, la tradizione e la novità, il genio che niente sorprende, il cuore sempre aperto, l'orecchio che nessuna voce inganna, l'occhio che nessuna apparenza illude.
Appartenendo a tutti, non era d'alcuno: non poteva avere un partito, fondare una scuola, formarsi una clientela, diventare un personaggio nel pubblico, una moda nel costume, un modello alla mediocrità.
La grandezza lo condannava all'isolamento, la superiorità ad uno di quegli imperi, che soltanto i secoli possono costituire. La sua povertà fu un martirio senza tregua: dovette creare nell'allucinazione, facendosi un sole della propria lampada, abbacinando sè stesso di speranze infantili.
Le donne aliavano intorno al titano come farfalle sopra una quercia; gli uomini, che ammiravano ancora Napoleone e avevano imparato il nome di Hegel, non sapevano quello di Balzac, che compiva nell'arte la loro doppia rivoluzione creando l'individuo nell'immortalità di una nuova rivelazione. L'ultima donna, che egli credette di amare, la russa signora Hauska, lo ingannò e lo torturò come un carnefice orientale nell'agonia, e così chiuse l'immensa tragedia.
Come tutti i più grandi, Balzac doveva essere vinto nell'opera propria: Napoleone, l'onnipotente degli eserciti, finisce a Sant'Elena sotto un colonnello aguzzino; Giulio Cesare, il più umano dei romani, è ucciso dal proprio figlio, il più onesto dei repubblicani; Gesù sale il Golgota abbandonato dai discepoli; Kant, il pensatore, finisce esaurito nella contemplazione di un tetto opposto alla sua finestra; Garibaldi perde Nizza e non può entrare nella vita dell'Italia; Mazzini spira come un vagabondo ignoto a Pisa; Cristoforo Colombo come un povero vestito del saio per un ultimo pellegrinaggio a Gerusalemme; Balzac, il rivelatore della donna, morì vittima di un inganno femminile.
Meglio così.