2 dicembre 1900.
GALLIA VICTA
Balzac sarà scacciato dalla casa della sua gloria.
Alcuni ammiratori l'avevano acquistata a Parigi, affittandola, riunendovi poche memorie, qualche ritratto, il calamaio dal quale trasse i suoi diecimila personaggi, la caffettiera che nelle notti lunghe della creazione dolorosa calmava la sete della sua fatica, un suo busto in bronzo, mediocre contraffazione, al solito, di una grande figura, pochi medaglioni di David d'Augers.
L'usciere, come già nella vita del grande poeta, ha tutto sequestrato e porrà tutto all'asta: la casa era affittata per tremila e seicento lire, la società costituitasi per la memoria del maggior genio francese e pel decoro della Francia, aveva per presidente Paolo Bourget, per vice-presidenti Maurizio Barrès e Giovanni Richepin, e intorno a questi tre mediocri, indarno immortalati dal voto compiacente dell'Accademia, pareva si fossero stretti in falange le anime più nobili, i nomi più illustri di Francia.
Era vero e fu indarno.
Adesso l'usciere per un debito di settemila lire gitta sul lastrico all'avarizia e alla curiosità stanca del pubblico i poveri avanzi della casa postuma di Balzac. Ad evitare lo scandalo disonorante per la patria sarebbe bastata a Parigi la conferenza di un qualche glorioso della piazza o dei giornali, uno scettico sempre prono dinanzi al volgo democratico, come Anatole France, la recita di un'attrice grottescamente grande come Sarah Bernhardt, la romanza di un tenore in un concerto, una qualunque proposta di un ministro alla Camera. Come si chiama adesso quello della pubblica istruzione? Clemenceau, questo vecchio attore, che ha scritto persino dei drammi, sa che la Francia ebbe Onorato Balzac di fronte a Victor Hugo, e che con Balzac la Francia riscattava l'inferiorità di Molière dinanzi a Shakespeare?
L'ignoro.
Meglio così.
La gloria è il sole dei morti, che quasi sempre i vivi, affaccendati nelle miserie e nelle piccolezze dell'oggi, non sentono, perchè il suo raggio è senza calore e la sua luce ha la purezza di un altro mondo. Meglio così: i piccoli letterati della Francia non si sanno solidali col suo unico gigante, colui che solo può guardare in faccia a Dante, e stringendo la mano a Shakespeare dirgli col largo sorriso della sua faccia piena: «Il mio mondo è maggiore del tuo, le tue donne sono poco più che larve davanti alle mie, i miei personaggi sono più interi, le mie virtù più composite, i miei vizi più profondi, i miei ideali più alti, i miei quadri storici più veri, le mie varietà più ricche, i miei individui più precisi, il mio teatro più vasto, il mio genio più umano. Senza di te io non sarei stato: tu fosti tutto il Rinascimento, prolungasti nella rivelazione il medio evo, ti allontanasti ignaro e indovino nell'antichità sfondandone il mistero rimasto chiuso agli storici e troppo alto per i poeti; tu primo rappresentasti l'uomo e la donna, ma la tua fantasia troppo accesa li mutava troppo spesso in fantasmi, la scena ti limitava, il pubblico t'impediva, dovesti sommare più che analizzare, quasi sempre accennare soltanto; vincesti i greci, e rimanesti invincibile sino a me. Io sono la modernità, che ha compìto l'unità mondiale della storia e sa l'America e l'Australia, l'Africa e l'Asia; sono l'Europa dopo la rivoluzione e dopo Napoleone; sono la Francia, nella quale suonano gli echi di tutto il mondo, il popolo novatore, il genio d'avanguardia nella vita».