Egli non era un demagogo: plebeo, il suo spirito saliva involontariamente nell'aristocrazia; eroicamente onesto, repugnava alla viltà e alla falsità del popolo: amava il suo dolore e soffriva doppiamente vedendo il popolo sopportarlo così bene nella brutalità e lenirlo colle risorse dell'infamia. Sapeva di tutto, avrebbe voluto tutto sapere; era un venturiero della idea, un navigatore della storia, un inventore e un artista: poeta, detestava i letterati, e fra tutti Hugo, il più enorme e il più falso: odiava la religione, e tutto diventava religioso nella sua anima, anche le cose negate, anche le più triviali.
Per non offendere la sposa accettò il matrimonio religioso: morente respinse il prete e domandò alla moglie il perdono della propria eroica vita: fu sempre povero, si stampò i libri da sè, imparò non si sa come, combattè dappresso e da lungi la falsità che vedeva dappertutto, e finì come tutti i grandi, che si affrontano colla sfinge della vita, vinto, disdicendosi, riammettendo la proprietà, segretamente innamorato di Napoleone, sognando la forza e dietro la forza, che il popolo non ha e che la democrazia non può avere.
Quindi la sua opera politica parve e fu scarsa sino all'inutilità: la sua apparizione nel parlamento, la breve prigionia, il più breve esilio, la lunga, immutata, nobilissima miseria e la vasta, multiforme produzione nei giornali e negli opuscoli, nei libri e nelle lettere, non ebbero immediatamente più valore di una tra le tante sue stravaganze intellettuali.
Per combattere davvero è necessario un esercito, e per vincere più necessario ancora un consenso di popolo.
Il popolo non poteva capir Proudhon, i suoi capi lo dispettavano.
Pochi amici seppero di lui veramente. Carlo Marx, minore nell'ingegno e più forte nella fibra, lo odiò invidamente, Mazzini non lo comprese, Hugo credè di poterlo compatire, Louis Blanc ne fu geloso, Béranger non lo fiutò; Balzac non lo vide; i preti non sentirono un'anima religiosa in questo ateo, i padroni non indovinarono l'aristocratico in questo ribelle, il popolo, al solito, non s'accorse dell'eroe nel popolano.
Vivo, solamente Giuseppe Ferrari, di lui maggiore, gli fu amico e lo penetrò e lo circoscrisse col proprio pensiero: morto, Sainte-Beuve, il grande critico, che aveva fallato davanti a quasi tutti i novatori dell'arte, dettò una sua breve biografia penetrante e commossa, degna di entrambi, quantunque insufficiente.
Ma dopo Proudhon l'utopia non potè più sognare davvero, nè l'economia politica affermare ancora: egli aveva nel Sistema delle contraddizioni distrutta la loro fede e segnati i limiti della loro potenza. Se il Capitale di Carlo Marx parve subitamente ed irresistibilmente trionfare, la materialità del suo trionfo era dovuta agli organismi dati dalla grande industria alle masse operaie: l'officina era già una caserma, e la sua folla un esercito: bastava un cencio per montura, un cencio per bandiera, una qualunque parola per ordine.
Ma il grosso e vasto edificio del Capitale di Marx non valeva l'opera di Proudhon, spesso frammentaria, contraddittoria, ingenua: quello era un capolavoro della dialettica e una miseria della logica, questa era tutta un'anima e un periodo: aveva più veramente combattuto e vinto, prostrandosi finalmente nella sconfitta.
Quale fu davvero l'influenza di Marx sull'economia politica? Forse qualche economista potrà dirvelo: Marx le rimase estraneo: come Attila egli si era fatto un campo trincerato e non s'insediava nella città. Proudhon invece è penetrato dappertutto: nessuna questione economica o politica gli rimase incognita: egli era l'anima plebea senza i vizi, le passioni, le bassezze, le servilità della plebe. Leggendo Marx si sente che in lui l'uomo è falso ancora più del sistema, e poichè il sistema è, nell'angustia dell'unilateralità, uno, perfetto, ci domandiamo: come mai il suo intelletto poteva credere così a ciò che il suo spirito superava?