Forse fu bene.
Oggi non il problema, bensì il pubblico è mutato.
La monarchia è così morta in Francia, che i suoi ultimi sognatori non vi arrivano alla decenza del sogno; la repubblica, così sicura, che ha potuto rinunciare al lusso della gloria militare e all'orgoglio di un primato europeo: il secondo impero, già lontano nei ricordi dell'ultima generazione, senza poesia di leggenda, senza superstiti forme di grandezza nella nazione, è diventato da tempo motivo di storia. Ollivier, il suo ultimo ministro, invecchiato nel silenzio dell'abbandono, colla mano tremante e la fronte già fredda dell'ombra sepolcrale, scrive e sogna di essere il suo grande storico.
Il secondo impero fu la conseguenza del primo: questo il poema, quello l'avventura: il primo imperatore era il genio dell'impero, che nella caduta e nella condanna di tutte le monarchie proclamata dalla grande rivoluzione francese, doveva tentare la loro resurrezione in un'ultima unità imperiale, e invece non s'accorgeva di essere il messo misterioso della rivoluzione, incaricato soltanto di provare ai popoli la nullità dei loro re: quindi andò, vinse, rovesciò dinastie e monarchie, cancellò, ricompose, sognò, disparve e si destò solo, più grande, prigioniero, morente a Sant'Elena.
Il secondo impero e il secondo imperatore capitarono ultimi di un'altra serie, estremo esempio e prova che nel grande paese della rivoluzione la monarchia aveva finalmente cessato. Infatti, dopo la prigionia del primo Napoleone tutti i re si tastano la corona sul capo e sorridono di sentirsela ancora: il cattivo sogno è dileguato, la rivoluzione vinta, i popoli si levano osannando ai propri sovrani. I Borboni tornano: Chateaubriand, l'incantatore cristiano, preso anch'egli nella forza del proprio incantesimo, declama il nuovo presagio: «Signori, niente è accaduto, soltanto oggi in Francia vi è un francese di più». Questo francese era Luigi XVIII. E l'esperimento incomincia. La rivoluzione sopravvive nella nuova costituzione largita dalla carta: il primo re pare un sonnambulo, ignora la rivoluzione, non ha capito l'impero, non crede alla carta, sorride sarcasticamente della aristocrazia alla quale cura le piaghe, ha un'amante, l'inganna e ne è ingannato, passa e soccombe in un prologo. Suo fratello Carlo X vuole essere re, e un soffio di piazza lo gitta un'altra volta sulle vie dell'esilio: quindi l'esperimento costituzionale prosegue con Luigi Filippo, un usurpatore, al quale può benissimo convenire la formula repubblicana: il re regna e non governa.
Invece vuol regnare, governa troppo e troppo male, non ha tradizione, non può trarre dal presente un avvenire, e una rivoluzione incruenta lo rovescia. Questa volta non è più un re che cade, ma un borghese, che rientra nella borghesia. Ma la repubblica, improvvisata in piazza, è ancora troppo precoce: dovrebbe essere di popolo, e invece deve vivere della borghesia, che non la vuole ancora per diffidenza della plebe, per orgoglio del proprio privilegio, e soprattutto perchè l'estremo esperimento monarchico non è ancora esaurito. Ecco l'impero del terzo Napoleone: nato di una reazione, servo del clero, costretto all'avventura militare, a sognare la gloria, a stordire la Francia con un primato artificiale ed effimero, a sedurre il popolo con un vago profumo socialista, condannato ad essere sempre in guerra senza poter profittare di nessuna vittoria, incapace di fondare una dinastia, di affermare una idea, di farsi di un qualunque interesse un baluardo.
L'imperatore è anche più contraddittorio.
Troppo piccolo per meritare l'oceanico assalto di Victor Hugo, non trova nemmeno una imperatrice per moglie; ha un esercito ed appartiene ai generali, tutti i ministri lo superano; la tradizione del grande impero e del grande imperatore lo spingono contro la monarchia: arresta lo zar Niccolò sulla via di Costantinopoli, ma, ritentando l'impresa d'Italia, dovrà arrestarsi davanti all'Austria e davanti al papa. Imperatore rivoluzionario, la rivoluzione l'oltrepassa e lo nega: così, dopo aver aiutato l'Italia vorrà contraddire la Prussia, e cadrà senza onore nè d'impero nè di guerra. Ma prima il suo sogno d'impero universale avrà condotto alla fucilazione sui piani di Queretaro un altro imperatore.
Che cosa restava dopo alla Francia? Tutte le prove monarchiche non erano esaurite?
Ma senza Napoleone e senza il secondo impero la terza Italia non è nemmeno concepibile. L'eroismo di Mazzini e di Garibaldi, il genio mercantile di Cavour non bastano: manca la passione nella massa, manca un esercito sufficiente contro l'Austria e i tiranni interni. Purtroppo la vittoria del '59 è francese: Cavour non avrebbe proclamata la guerra senza l'alleanza francese, senza questa l'Europa non ci avrebbe consentiti i risultati della vittoria. Purtroppo ancora Napoleone III, non Vittorio Emanuele II, entra solennemente vincitore a Milano, e l'Italia ancora serva di tirannelli inani ed inermi non esplode cacciandoli.