Che cosa poteva dire la morte di Spencer al cuore dell'Inghilterra?
Perchè non ha egli trovato la parola da scrivere sulla propria tomba? Eppure era quella che tutta l'Inghilterra e tutto il mondo aspettavano da lui: la parola suprema, che si lancia nel mistero perchè dal mistero discesa, che ha sonorità interminabili e bagliori inestinguibili; la parola, che la ragione non può dire e il cuore reclama, grido di fede, urlo di speranza, invocazione all'inconoscibile, dentro il quale la nostra conoscenza è come la perla nell'oceano e l'astro nel cielo; la parola di tutti, senza la quale la vita finisce alla morte.
Mors janua vitae: gl'industriali del forno crematorio avevano pur trovato nella Bibbia queste belle parole per inciderle sopra la sua bocca: una stonatura: qualche cosa come un frontile di perle sopra un cappello a cilindro.
Ma la poesia vigila a tutte le porte e reclama i propri diritti di pedaggio: chi passa oltre senza pagare non passa che inavvertito.
Spencer è passato così.
21 dicembre 1903.
CIECO CONTRO CIECO
L'Inghilterra è pronta a sollevarsi ancora una volta alla voce del suo più grande filosofo, Herbert Spencer, morto quasi fra la pubblica indifferenza.
Egli riappare intero, vivo e vibrante, in una autobiografia, possentemente intravata come il suo sistema, al tempo stesso cornice e ritratto, colla minuta esattezza nei fatti e la più scrupolosa verità nel racconto. Ma questa autobiografia, da lui medesimo chiamata storia naturale di un filosofo, non sarà che la storia del suo pensiero e del suo lavoro, perchè Spencer pensò e lavorò soltanto, spettatore della vita, alla quale in cinquant'anni chiese ostinatamente il segreto per confessare, vecchio e morente, nelle ultime pagine dell'ultimo libro, che il fanciullo eterno si risveglia sempre nell'uomo e che l'uomo non può rispondere alle domande del fanciullo. È dunque questi che ha ragione? Il filosofo non risponde se non rimpiangendo le credenze religiose degli ignari, piccolo, aereo ponte gittato dalla loro fantasia sul mare dell'inconoscibile, capanna aperta a tutti i venti, ma inghirlandata di fiori sempre freschi in mezzo al tumultuoso e rovente deserto della vita.
Spencer è un filosofo, ma soltanto un filosofo inglese. La sua fantasia appare povera, il suo sentimento arido: la stessa morale, che aveva deviato Carlyle nei giudizi dell'arte, restringe e impoverisce Spencer: la sua teoria della musica è appena una teoria dei suoni, e il suo gusto nella pittura sempre volgare, malgrado l'indipendenza della originalità; ignora la letteratura, e quasi sempre tratta la vita come un botanico che per sentire un fiore ha bisogno di essiccarlo.