Il suo primo odio fu Omero: la traduzione di Pope è celebre come quella di Monti, ma inspirata allo stesso classicismo, senza nè intendimento di epopea nè divinazione dell'antico: e forse Spencer vide il rude gigante greco attraverso l'omiciattolo inglese, il letterato più letterato dell'Inghilterra.

Quindi dichiarò che avrebbe pagato una grossa somma, egli povero, piuttosto che seguitare ancora oltre il sesto canto.

Antipatia ed obbiezioni erano soprattutto morali. E si ricordava ancora dei propri primi saggi contro l'insegnamento classico, che prosegue inutile ed esuberante nelle nostre scuole moderne; e di tutta quell'altra critica, in lui metà istintiva e metà logica, sullo scopo dell'arte e della scienza, che debbono migliorare la vita e perfezionare i dati della morale, rimasti poi così slegati ed inconsistenti, quando più tardi egli tentò di dar loro una base in un libro.

Ma egli non poteva sentire Omero.

Platone stesso, un filosofo, o forse meglio un poeta della filosofia, aveva assai prima di lui condannato il gran cieco senza dubitare come noi della sua esistenza, perchè l'antichità non dubitò mai di Omero. Vico, un altro filosofo, molto dopo scompose ed annullò il poema per trarne materiali ad un fantastico edificio di storia, il quale invece era anch'esso una poesia, un sogno, che pretendeva indarno di chiamarsi Scienza Nuova; poi la critica tedesca, ripetendo le temerità della vecchia critica alessandrina, spezzò il poema e ne gittò all'aria i canti, che ricadendo sul cuore della gente si ricongiunsero nell'immutata, insuperabile figurazione di bellezza.

Certamente non tutto Omero era bello come pretendevano i letterati della scuola; certamente qualche altro aveva cantato vicino a lui con voce meno solenne sopra un'arpa meno armoniosa, e voci e canto si erano confusi: forse il poema, tal quale fu ricomposto da Pisistrato, era già monco; forse se l'Odissea fu l'opera dello stesso uomo, l'Iliade non finiva come per noi colla morte e il supplizio di Ettore.

Ma il poema è uno e ben greco nell'umanità bassa, spesso volgare de' suoi iddii, non molto antico nella forma e nel sentimento dell'eroismo, molto vero nella precisione delle battaglie, che Napoleone primo ammirò spingendo questo entusiasmo sino al disprezzo di Virgilio. Infatti come Spencer davanti ad Omero, Napoleone di fronte a Virgilio, il più ammirabile poeta di gabinetto, doveva prima sorridere poi sdegnarsi: gli eroi dell'Eneide non sono epici, i soldati non sono barbari: poi Virgilio non sa la guerra come Omero, non l'ha vista, e l'avrebbe probabilmente vista indarno.

È un artista della poesia, un orefice del verso, un musico della parola. Le epopee non possono nascere nei secoli classici: bisogna essere un eroe per crearne un'altra; il tempo di Augusto ebbe Virgilio, da quello di Leone X uscì il Tasso, dall'altro di Luigi XIV Voltaire.

E si resta tristi, pensosi, davanti a questa cecità di Spencer, che intendendo a ricostruire ancora una volta la storia dell'anima umana non sente l'epopea, non indovina Omero. Capiva egli Shakespeare? L'immenso trageda inglese nemmeno nelle sue scene più belle supera la potenza tragica di certi episodii in Omero, ed Eschilo stesso non li raggiunse, poichè nell'epopea la tragedia dell'individuo essendo soltanto episodica subisce ed esprime una concentrazione, che dopo il teatro non produrrà più.

Nel teatro l'uomo è come al centro della vita, che sembra illuminare, atteggiare di sè stesso; nell'epopea invece egli è come un'onda dentro una tempesta, e la sua voce non può dominare il rombo di tutte le altre se non spezzandosi improvvisamente con più profonda rovina.