Invece questo cavaliere Vecchio, che non sa uccidere, si fida ad un sicario senza averne provato nè la fede nè il coraggio: gli butta cento lire, andandosene col testamento e le cambiali in tasca, senza nemmeno pensare che il ricattato, essendo vivo, sedurrà l'assassino.
Perchè infatti questo gli avrebbe resistito? A che si riduce la sua complicità in questo delitto, dal momento che il signor Berretta non è stato suicidato e che testamento e cambiali rimanevano senza valore nella tasca di quell'altro? Naturalmente il milionario liberato liberaleggerà, riconoscendo in lui il vero liberatore e un buon diavolo tirato forse dentro ad un assassinio, mentre credeva appena di partecipare ad una truffa. Così avvenne, nè poteva altrimenti avvenire.
Il drammaturgo, invece, non ha dubbio sulla eccellenza del dramma, sulla perfezione del romanzo: parte e va a Genova dall'amica, la dama, forse, la sgualdrina certamente. Una festa di baci lo accoglie, due piccole mani lo applaudono e lo accarezzano. La sua fede contagiosa s'apprende all'altra: egli è giunto senza nascondersi e riparte allo scoperto. A Roma scende ad un albergo in piazza Montecitorio, davanti al fabbricone delle leggi e degli inganni politici: la sua fantasia divampa, parla con molti, ferma un giornalista, non cerca nemmeno prima i giornali del mattino. Perchè dubitare? Egli è sicuro del proprio ingegno e del proprio capolavoro. Non è così la fede in sè stesso di tutti gli artisti veri o falsi? non arriva al disprezzo del pubblico, all'oblio del pericolo, allo scherno della catastrofe?
Ma quando questa scoppia, tutto crolla, teatro e scenario, dramma e drammaturgo: improvvisamente, come dentro un bagliore di incendio, la realtà riappare: dal falso romanzo erompe la tragedia vera, mortale, fatale. Il protagonista, che non sapeva uccidere, deve lui suicidarsi, subito, senza una scusa, senza una esitazione. Il dramma è caduto, il pubblico fischia ancora a sipario calato. Egli fugge senza saper dove, colla morte innanzi, tremando di vedersi riconosciuto da ogni viso che gli viene incontro, afferrato da tutte le mani che lo sfiorano, fermato da tutte le voci che gli parlano. Invece del rimorso, poichè nel suo dramma e nel suo romanzo nessuno è morto, la vanità dell'autore lo strazia, il dileggio della ragione gli sferza la fantasia, la paura, quella vera, gli fa battere il cuore come in una corsa disperata, di sogno.
La notte gli allunga corsa ed agonia; al mattino, finalmente, fuggendo sempre, in fiacre nella impossibilità di poterne discendere, si uccide.
Ebbene: in questo delitto l'errore primo, il guasto primitivo, è nella fantasia. Naturalmente l'anima era corrotta e la coscienza buia, ma la spinta è nella vanità intellettuale della concezione, nella superbia crescente della preparazione segreta, nell'allucinazione che un quadro troppo a lungo fissato produce sullo spirito. Questo cavaliere era soprattutto un vanitoso, di quelli che si ammirano e, concependo un dramma, diventano autore, attore, teatro e pubblico, si applaudono, si smarriscono nell'opera. Ciò è frequente nell'arte, più forse nella vita: assassini e ladri veri, invece, hanno un senso profondo della realtà e sanno per istinto come sia difficile andarle contro, giacchè il delitto essendo una concezione falsa, è sempre un po' irreale. La sua complicazione è una prova di debolezza, la credulità nella sua riuscita una misura della forza nel delinquente.
Adesso di questo romanzo d'appendice, finito tragicamente col suicidio del romanziere, rimane la parte comica nella difesa che il milionario liberato fa del suo liberatore davanti all'ironica curiosità dei giudici, pei quali il delitto non è più che un allegro motivo di interrogatorio.
Che titolo gli daranno?
15 dicembre 1903.