La gente, che davanti a un libro di sottile analisi femminile crede davvero alla superiorità dello scrittore nella vita, deve aver spalancati gli occhi leggendo nei giornali il resoconto dell'attentato contro Marcel Prevost; e alcuni usavano questa lusinghiera, regia parola. Forse la gente crede ancora i romanzieri superiori al romanzo, e capaci di applicare le massime dei propri libri, di realizzarne le più belle ligure: crede perchè ammira, forse anche perchè ama.
La verità è più bassa, più crudele: l'arte è quasi sempre una caccia, nella quale la gloria serve di specchietto al danaro: oggi le fame si fondano come certe banche, funzionano come certe ditte, guadagnano come certe case; oggi non si parla più che di successo, e questa ignobile parola dà la misura del pubblico e degli autori. Si vuol brillare, non illuminare, essere ricchi, non padroni regnando sulle anime nella vastità di un regno potente quanto il pensiero, dall'alto di un trono sacro come un altare. Il pubblico solo è padrone, e un padrone che bisogna sedurre per averne il favore subito, perchè nessuno o pochi pensano che la gloria è immortalità non è gloria, e l'arte un impero, al quale non si può giungere senza essere davvero un imperatore davanti a sè stesso.
Un sorriso sale involontariamente alle labbra; i trionfatori del pubblico, che li acclama, li paga, e sorride egli stesso enigmaticamente, somigliano adesso ai generali, ai re affollati nelle anticamere di Napoleone I: la loro potenza era una concessione di lui, e un moto solo del suo sopracciglio poteva far cadere tutte le loro corone e le loro medaglie; nessuno era originale, e nessuno sentiva veramente l'inanità della propria condizione. Quando Napoleone, entrando nel teatro di Varsavia al braccio di Talma gli disse alto, perchè tutti udissero, colla sua voce fessa e l'accento breve: — Vi ho atteggiato davanti una platea di re —, vi fu alcuno forse nella platea, che si alzasse per andarsene?
Oggi non è un altro Napoleone, che livelli generali e re della fama affollati nelle anticamere dei giornali; ma il pubblico che deve fare le sue veci e non può, sorride già enigmaticamente, e ogni tanto si diverte a svestirne qualcuno. Allora romanzo e romanziere appaiono mediocri, la folla ondeggia in un movimento di curiosità, spera una tragedia, ma non si vede innanzi che uno scandalo.
E dimentica: non si può fare di meglio!
5 aprile 1903.
È PERMESSO?
Così interroga il pagliaccio, cacciando la testa fra la tenda del sipario, alla prima battuta nella piccola opera, la sola fortunata, del maestro Leoncavallo.
Ma il pubblico invece di essere attento come quasi sempre ad ogni prologo, è adesso ancora agitato dalla tempesta dei giudizi, che soffiano e urlano sull'ultimo verdetto dei giurati milanesi. Le ingiurie s'inseguono nell'aria e squillano fra gli intercolunnii dei giornali accordandosi nell'aspra dissonanza a chiedere la condanna della giurìa, un'istituto, pel quale il genio della libertà lottò e sofferse lunghi secoli, mentre la rettorica della nuova scienza ora lo dispetta nel nome di sè stessa, proclamando la necessità di sostituirlo con un altro di professionisti di psichiatria, un nome che non dice nulla, con teorica che pretende derivare il giudizio sull'anima da quello del corpo e spiegare il male nello spirito colle malattie dei vari organi vitali.
Vale la pena di rispondere? È una scienza davvero la psichiatria e una filosofia il materialismo?