Il giurato, nell'originale, incontestabile superiorità del proprio tipo giuridico, rappresenta la sovranità popolare, che, delegata, non può scendere a professione, cristallizzarsi in una classe o in una categoria, quando si tratta di sentenziare sulla vita o sulla morte di un uomo.

I magistrati giudicano di contese materiali, patrimoniali, titolari; non possono, non hanno diritto a pesare, a sopprimere un uomo come loro, in nome di un ufficio salariato, in base a qualche teorica effimera ed oscillante nelle scuole. Il genio della libertà conquistò quindi la giurìa, il giudizio istintivo, collegiale, dell'anima pubblica sopra un'anima singola, al di fuori di ogni scuola, al di sopra di ogni procedura, nell'irresponsabilità dell'assoluto, nell'identità fra giudice ed accusato.

Quello, il privato, poteva e doveva andare dritto al fatto per le vie misteriose della coscienza: aveva diritto di giudicare e di condannare perchè uomo e non perchè impiegato in una università o in un tribunale: s'ingegnava con tutte le risorse di un'inchiesta fatta dalla pubblica curiosità, sentiva tutti i contraccolpi della pubblica coscienza, libero da ogni dogma scolastico, più libero per la momentaneità della propria funzione, assoluto sovrano nella propria anima, impersonale nel sì e nel no della propria sentenza.

Adesso i novatori, non osando ritornare ai vecchi magistrati, invocano un areopago di psichiatri, di medici: la sovranità del giudizio delegata a professionisti pagabili e pagati, vendibili, forse venduti: la sovranità sottomessa a una teorica regnante per una generazione in una scuola con tutte le sue rabbie polemiche, le sue insufficienze sistematiche, le sue falsità logiche. Il professore diventato re, il commerciante di scienza mutato in giudice sovrano, il medico che nega l'anima e la giudica tentando una diagnosi sul corpo, colui che nega il libero arbitrio e parla ancora di responsabilità, l'altro che non ammette la morale non potendo trovarle materialisticamente una base, e che deve decidere sulla bontà o sulla reità di una azione. Vedete: oggi il genio è una malattia, soltanto perchè nel genio proseguono come altrove tutte le malattie umane; la santità è una malattia, perchè la media della gente non sente e non opera come i santi: la creazione è opera della demenza, perchè nel suo sforzo l'equilibrio normale si frange: il delitto invece è delitto solamente perchè nuoce e il delinquente un delinquente perchè la sua mascella disegna il tale angolo, o le sue orecchie imbruttiscono nella tale curva.

Non vi dovrebbero quindi essere più galere ma manicomi: medici dunque, dappertutto e sempre: medici, professionisti di una scienza, che trema ancora sopra poche ipotesi di giorno in giorno sostituite; professionisti che lavorano nelle scuole alla conquista di un diploma per fare con esso del danaro, che nella vita hanno, e se ne vantano, tutta la fraudolenta duttilità del commercio; professionisti che non sono nemmeno scienziati, perchè la scienza vera, la grande, la rara, dubita di sè stessa, arrischia un'esperienza e teme di emettere un giudizio, sa quasi sempre di non sapere, e si contenta malinconicamente, secondo la divina parola di Platone, di attingere l'ignoranza alla fonte più alta.

Ma il verdetto di Milano, che assolve l'Olivo uccisore della moglie e poi squartatore del suo cadavere, è davvero così ingiusto od assurdo? Ebbene, per me no; e chiedo scusa ed ospitalità alla cortesia del Resto del Carlino: non è ingiusto, non è assurdo. Pigliate il dramma all'inizio, seguitelo sino alla catastrofe. Un uomo abbastanza colto, incivilito, sposa una serva scivolata dalla prostituzione nel sifilicomio: questa è l'antica tentazione del vizio sulla carne, il vecchio sogno della redenzione della donna caduta. La tentazione prosegue, il sogno dilegua: la donna rialzata diventa peggiore, sciupa il corpo, l'anima, il danaro, il nome del marito: lo tradisce con qualcuno, con molti, a caso: lo sa innamorato e lo dileggia, perchè così la passione sanguina e le passioni si nutrono del proprio sangue. Egli tace, si lamenta, sopporta, reagisce, domanda perdono, perdona, vinto sempre, sempre ingannato: la sua vita è un inferno, dal quale non può uscire, perchè non ha la forza di cacciarne lei: nei loro dibattiti, nelle loro contese, nelle lotte, nulla è più sacro: la moglie prostituita si finge al solito gelosa, insulta rivali fantastiche, oltraggia lui, vilipende i suoi morti più santi; continuamente, senza pietà, senza requie, gl'insanguina i fianchi e il cuore; ammalato lo deride, lo costringe a fuggire di casa, gli ruba il sonno, gli falsa la parola e il pensiero.

Ed egli non sa decidersi a nulla, nè a scappare nè a cacciarla, nè a morire nè ad ucciderla: ma un nonnulla potrà decidere ciò, a cui non bastano nè la sua volontà nè la sua ragione. Infatti una sera imprevedibilmente per entrambi, irresistibilmente, una parola provoca la catastrofe, il coltello taglia il nodo gordiano.

Chi ha torto? Tutti e due: non si deve, non si può uccidere: non si può togliere ciò che non si può dare.

È l'antico motto di Diogene ad Alessandro; e in questo motto è la radice del diritto.

Era pazzo l'Olivo? No. Era un delinquente? Nemmeno: ma tutto in lui è crollato in un istante allo scoppio di una di quelle mine morali, che nessuna epilessia può nè produrre, nè spiegare.