Ciò che gli avvenne dopo, e ha tanto impressionato il pubblico, lo squartamento del cadavere, derivò in lui dal solito piccino, infelice e ridicolo egoismo di evitare il processo: e non fu efferatezza, ma paura, una paura forse, che nemmeno egli saprebbe esprimere.
Ricordate Raskolnikoff di Dostojewski? E nemmeno allora l'Olivo impazzì.
Dovevano i giurati condannare in lui un mostro, che ammazzava bestialmente la moglie e ne spezzettava il cadavere? Invece hanno capito, o indovinato, la pietà di questa tragedia umana, dell'uomo assassinato dalla donna nella propria passione, nella propria coscienza, in tutto quanto ha di più alto e di più sicuro nella vita: questa tragedia che batte a quasi tutte le case, a quasi tutti i cuori, uccidendo senza sangue, mutilando senza amputazioni, degradando, avvelenando. Ebbene, questa tragedia li ha vinti.
Errore? Forse, ma umano, meno brutto dell'altro errore scolastico che gli contrappongono: ma anche questa volta il giurato ha sbagliato meno del giudice, perchè la sua assoluzione dice questo soltanto: che vi sono tragedie così profonde, catastrofi così inevitabili, davanti alle quali, uomo contro uomo, non si osa più nè giudicare, nè condannare.
Non temete, questo uccisore della propria moglie per debolezza e squartatore del cadavere per paura, porta dentro di sè la propria pena: condannarlo non si poteva, ed assolverlo era un errore.
Quindi lo hanno assolto: l'errore è meno dannoso dell'ingiustizia.
16 giugno 1904.
VECCHIO ERRORE
Mentre nel grande pubblico, dopo la sentenza di Torino, cresce l'oppressione tragica, ecco un altro dramma che penetra sanguinosamente nella coscienza e nella fantasia della folla elegante, dispersa sui monti e sulle spiaggie, in alto dove l'aria rutila, in basso dove il mare con grazia pigra sembra carezzare il lido e adagiarsi.
E il nuovo dramma è ancora aristocratico, se questo grande aggettivo possa più applicarsi a qualche cosa o qualcuno nella vita moderna; un dramma d'arte e di amore, d'adulterio e di gelosia, scoppiato in un albergo pieno di ricchezza e di allegria, fra marito e moglie, uno scultore celebre e una divetta di caffè, che non si arrestò abbastanza fra i suoi tavolini e sul suo minuscolo palcoscenico per diventarlo, e che adesso ottiene dalla colpa della morte quella celebrità negata alle impazienze impure della sua giovinezza.