Egli era un artista vero, non originale, non grande: aveva cominciato come quasi tutti in basso, salendo colla fatica e col dolore alla conquista della pubblica attenzione. Le sue statue erano dei ritratti anche quando non avrebbero nè voluto nè dovuto esserlo: le figure non esprimevano che il corpo, la composizione non sviluppava che degli atteggiamenti: la loro verità era fatta soltanto di precisione: parevano dei calchi, e n'erano accusate: avevano una strana potenza d'illusione, la quale arrestava piuttosto gli occhi che le menti, una vita volgare ed insieme teatrale: superavano il mestiere, non bastavano all'arte.
Lo scultore somigliava alla statua: mirava alla celebrità non alla gloria: aveva fretta e non badava che ad accorciarsi la strada, non aveva un ideale e si vantava già di aver un pubblico, diceva di sacrificare la bellezza alla verità, e la sua bellezza si fermava alla formosità, e il suo vero, il suo reale non formavano che una maschera. Ricordate Cristo e la Maddalena? Ricordate Sfinge?
Quei due tipi, così divini nel poema cristiano, sotto il suo scalpello non erano più che prosaici; quella sfinge non aveva mistero nè per sè stessa, nè per gli altri. Adesso dicono che fu una inspirazione di sua moglie, e forse non è che una ironia della maldicenza.
Ma che cosa aveva egli sognato nella donna che sposò? Sentì davvero la tragedia delle antitesi spirituali, nella quale discendeva sulla china di un matrimonio lubrico come un'avventura, equivoco come un affare, frettoloso più di un capriccio e improvvisato come uno stornello? Nella vita e nell'arte tale matrimonio e tale dramma sono antichi: l'artista che s'innamora fisicamente del modello, l'uomo che cede all'artista, la donna che inganna tutti e due. Ma questo dramma può ancora avere una grande dolorosa sincerità: si ama e non si stima, si sa di commettere un errore, il quale ne genererà altri, si disprezza sè stesso, si vive nell'attesa del tradimento e nella umiliazione della propria caduta.
E questo è il caso più comune.
Artista e uomo sanno di avere torto, soccombono all'amore come al vino, e lo espiano nella salute dell'anima e del corpo.
Altri invece entra nel dramma dalla porta maestra, nella superba illusione di alzare la donna, quasi sempre soltanto una femmina, insino a sè medesimo; ed ebbro d'arte e di sacrificio sfida il mondo e la natura, ha gli orgogli di un eroe e la devozione di un martire, il linguaggio di un ribelle e l'albagia di un conquistatore.
Ma il modello resiste troppo spesso allo scultore, la moglie al marito; ella non mira che ad un affare, e dopo non le pare buono abbastanza: non comprende il sacrificio di lui e, comprendendolo, se ne offenderebbe nella propria vanità; il mondo legale non le dà tutte le compiacenze sperate; l'arte è troppo alta per lei, che tende invece ad abbassarla e del marito vuole fare un mestierante perchè guadagni di più.
Nella moglie s'irrita la nostalgia del fango, nel marito sospira la nostalgia dell'ideale; l'uno si pente segretamente del matrimonio come di una caduta, l'altra non se ne contenta poichè non voleva che un guadagno, e incapace di mutarsi davvero in una moglie, tenta egualmente indarno di diventare una signora.
Quindi l'amore fisico, che saldò le nozze, si logora: il possesso lo smaga, l'inevitabile esperienza della realtà lo martirizza: della moglie, nella intimità della casa, non resta che la cortigiana senza il brio della parata e l'orpello della decorazione; del marito bello di sforzo, di dolore, di vittoria o di sconfitta nello studio, non ritorna a casa che un lavoratore stracco, uggito, uggioso, impaziente ed insopportabile.