Forse fu così di Cifariello. Per quella donna sposata in un delirio rosso dei sensi, collo scetticismo volgare della mondanità, con un segreto rancore contro sè stesso e contro di lei, lottò, discese, decadde, si rialzò, sofferse tutte le umiliazioni dell'amante, dell'artista, del marito. Vinto dal bisogno sempre crescente in lei del danaro, abbandonò l'arte e l'Italia per rifugiarsi in una fabbrica di ceramiche e guadagnarvi il lusso delle sue eleganze femminili, e la donna lo punì innamorandosi del direttore della fabbrica come di un pagliaccio da palcoscenico. Tornò in Italia, ma le asprezze della lotta crescevano nella immutata condizione del matrimonio: nessun figlio era sopraggiunto a provocare nell'anima di uno almeno dei coniugi una ascensione morale; lo scultore valeva adesso la divetta e il mestiere li aveva livellati, perchè nel sacrificio dell'arte era mancata la nobiltà del motivo. Poi l'orgoglio dell'inconfessabile sconfitta avrà enfiato forse tutte le piaghe: è impossibile perdonare ad un altro la propria rovina, è difficile ritirarsi primo da una situazione, della quale si può accusare l'altro.
Per lui la moglie era stata la palla del galeotto al piede sulla via della gloria: per lei il marito era l'ostacolo all'allegria della vita, a tornare nel teatro fra le Menadi e i Coribanti moderni, così corretti nell'apparenza e signorili nella volgarità. Come proseguire? Come fermarsi? Come uscirne?
L'amore svaporando lascia nel fondo del bicchiere la goccia amara dell'odio; e l'odio è più doloroso quando deve disprezzare. Che cosa può essere per uno scultore una moglie, se rimase soltanto modella con tutte le bassezze del mestiere? Ma che cosa può essere ancora per una divetta, per una cortigiana, l'artista che, sposandola, non seppe poi compiere in lei il miracolo della trasfigurazione? L'odio è inevitabile, e qualche cosa, se non qualcuno, deve essere ucciso fra due anime che si odiano.
Ella voleva separarsi per tornare libera, egli già tradito le negava questa libertà, come una prova troppo palese ed allegra per tutti del primo errore matrimoniale. Ella era fuggita, egli l'inseguì, la cercò, la trovò, pianse, minacciò, ed ottenne che ritornasse in un albergo fra una gioconda folla di bagnanti, di spensierati, di gaudenti, di amanti. Quanti?
I giornali hanno raccontato che egli, febbricitante di collera, di paura, di spasimo, gliene rinfacciò sei: e la donna altera, insolente, ebbra di sè stessa, rispose: — Ebbene, tu sei il settimo!
Forse le sue labbra ebbero un sorriso simile ad una fiamma livida; ella teneva sul tavolo una rivoltella, comprata poco prima per minaccia: era seminuda... entro una camicia rosea, spumeggiante di merletti, non temeva, non vinta ancora, invincibile; e un'altra fiamma guizzò su la bocca di un'altra rivoltella, e la donna cadde subitamente vinta.
Voleva egli uccidere? Aveva nemmeno più la forza di volerlo?
In questi tristi drammi quasi tutto è mistero; il fango non ha bisogno di essere profondo per essere opaco: è difficile indovinare quanto l'attore non è sincero nemmeno con sè stesso. Certi amori sono fatti di odio e di lussuria; in certi assassinii la vittima vera è colui che uccise; in quasi tutti i delitti della passione il più innocente è colui che più vi sofferse e più nobilmente.
Adesso il dramma dello scultore aiuterà sui monti e sul mare, nelle ville, nelle stazioni dell'ozio e dell'eleganza, le ultime conversazioni estive, mentre egli, solo, davvero solo forse per la prima volta, nel silenzio del carcere, davanti a sè stesso vedrà finalmente la verità della propria tragedia.
Ma che importa, se nemmeno egli potrà rivelarla?