17 agosto 1905.
L'ULTIMO BRIGANTE
Così lo ha definito da Napoli uno degli ingegni più illustri e più vividi del giornalismo italiano.
Eppure in questo delinquente, che appassionò per anni tutte le fantasie come in un lungo duetto col governo, mentre le popolazioni dell'Aspromonte parteggiavano in tale caccia e i giornali di tutto il mondo ne raccontavano gli incidenti, non sembrano visibili i segni del brigantaggio, questa volontaria antica milizia delle ribellioni rurali.
La recente scuola penalista improvvisò al solito sopra di lui la diagnosi della degenerazione, ripetendo ancora il vecchio motivo del proprio sistema, senza che il pubblico si degnasse nemmeno di ascoltare e coloro già oppositori del nuovo paradosso sentissero il bisogno di ribattere il giudizio mandato dal clinico torinese di tutta la criminalità mondiale su questo bandito, a lui ignoto almeno quanto i principii della vera psicologia.
Musolino catturato aveva già involontariamente smentito la leggenda del brigante, salito dal misterioso orrore della foresta come un fantasma nella immaginazione della gente, e sempre armato, col profilo tagliente, il moschetto infallibile, il cuore freddo e duro come una roccia, l'occhio aperto come quello di un gufo nell'oscurità della notte, l'orecchio attento anche nel sonno entro le grotte delle selve, che cullavano col loro murmure di oceano i suoi torbidi sogni di assassino.
Egli era fuggito come il più timido dei ladruncoli campestri all'improvvisa apparizione di due carabinieri, che non pensavano certo al caso mirabile dell'incontro; fuggito colla prontezza di un fanciullo e l'angoscia di una donna, senza sapere, senza vedere, ignorando campi e sentieri, incespicando nei ferri delle viti ed arrendendosi senza nemmeno trarre nè il coltello nè il revolver, che portava nelle tasche come un viatico.
Il terribile bandito era un vile: questo ultimo erede dei Porporato, di Fra Diavolo, di Ninco Nanco, nei quali tratto tratto rivivevano le feroci potenze degli antichi condottieri, non aveva mai avuto una idea, non sentiva la passione del brigantaggio, non era riuscito a comporsi una banda, a pensare cosa potesse essere nel mondo moderno la vita e la lotta di un bandito contro tutta la società.
Figlio di un oste, non aveva nelle vene che un sangue di contadino; nessuna bellezza e nessuna forza nel corpo, non un orgoglio nello spirito, non una luce nel cuore. S'innamora violento ed improvviso, ma non sa innamorare la fanciulla; chiede la sua mano ed è respinto, ed allora come uno stupido monello percuote più volte, vilmente, all'imprevista, colle mani, con un bastone, persino col manico di una scure la vecchia, che non vuole essere sua suocera.
Poi si trova a caso dentro una rissa, vi è ferito leggermente, mentre urla al compagno: Difendimi, spara! — Perchè quella rissa? Chi aveva ragione? Chi vi apparve più forte? Certamente non Musolino; ma l'indomani alcune fucilate sono tirate contro quei suoi nemici ed egli è accusato, condannato a ventun anni di galera, benchè quei colpi non avessero ucciso alcuno.