— Olga Petrovna.
— Naturalmente non verrà, osservò Lemm, che aveva per le donne un disprezzo anche più violento che per l'arte.
L'altro invece di rispondere andò a gittarsi sul divano.
— Io dormo.
Si fece silenzio: la camera era diventata quasi buia.
Allora Andrea Petrovich cominciò a suonare. Alle prime battute un brivido corse per la stanza, nella quale solo la luce rossastra della stufa si agitava a quando a quando sinistramente. Andrea Petrovich stava colla testa curva sulla tastiera, volgendo le spalle a tutti, immobile nell'ombra. Poi un'eco lontana di tamburi parve scandire la marcia funebre di Rodion guidato al patibolo da un battaglione di fanteria. Si sentiva il passo dei soldati battere in cadenza sulla neve col rullo scordato dei tamburi, mentre dalle campane delle chiese cadevano rintocchi d'agonia per l'aria fredda del mattino sul brusio della strada piena di popolo, che non osava parlare. Solo qualche singhiozzo scoppiava ogni tanto, soffocato indarno fra le dita convulse, intanto che i vicini sbalzavano sulle punte dei piedi per nascondere all'occhio vigile dei gendarmi quel pietoso. Poi una frase larga e poderosa riempì improvvisamente tutta la strada: le finestre, prima chiuse paurosamente, si gremivano di un'altra moltitudine pallida di una notte d'insonnia, cogli occhi ancora gonfi ed intenti nel condannato, che si avanzava a testa nuda, nudo sotto la lunga camicia bianca. Nessuno poteva parlare, nessuno si muoveva; una pietà disperata sollevava simultaneamente tutti i cuori mandando dal profondo di tutte le anime a tutte quelle labbra frementi un saluto supremo di amore. Quella morte, inventata dall'uomo colla condanna di un altro uomo, annientava istantaneamente nella orribilità del proprio mistero ogni coscienza. Perchè quel solo aveva voluto morire per amore della vita di tutti? E la musica, alta sul rullo dei tamburi, ondulava lungo la strada bagnando le fronti scoperte di quella moltitudine come un vapore intirizzente. Improvvisamente nell'azzurro del mattino la luce rutilò. Perchè compiangere dunque? La morte era più bella così. Infatti, all'apparire della forca nello sfondo della strada, una frase trionfale di guerra erompendo da quella musica di dolore e coprendolo il rullo dei tamburi sollevò tutta quella folla ad un urlo di ovazione. La morte era scomparsa, il martire splendeva nell'apoteosi del trionfatore. Invano i tamburi regolavano ancora sommessamente il passo dei soldati, che lo scortavano al patibolo; invano la gente restava allineata ai muri coll'immobilità delle statue, e la distanza dalla forca scemava mentre qualche nota del dolore di prima passava ancora attraverso le fanfare vittoriose come un uccello notturno sperso nel meriggio. La marcia funebre diventata marcia trionfale scrollava tutto colla propria sonorità; vi si sentivano ancora le ultime grida dei vincitori salienti dal fracasso delle rovine fra lo squillo giovanile dei coscritti capitati alla vittoria in quella prima battaglia.
— Ah! scoppiarono gridando Ogareff, Ossinskj e Karatajeff, come avventandosi in quell'ombra cupa della stanza verso una luce invisibile.
Ma la marcia non era finita. Il rullo dei tamburi tornò a battere in cadenza sullo scalpiccio affievolito dei soldati, che si arrestavano disponendosi a quadrato intorno alla forca: un rumorìo di voci oppresse si acquetò subitamente, s'intesero degli scoppi come di finestre spaventate che si chiudessero; poi i tamburi alzarono daccapo il loro rullo, lo crebbero, lo mantennero, lo mantennero, lo mantennero....
Il condannato non aveva potuto parlare.
S'udì un singhiozzo: era il poeta Fedor che piangeva.