Olga si levò: forse la visione del patibolo le riappariva più terribile fra quel bianco, del quale il tepore le saliva sotto gli abiti e su per il volto a riscaldarle il sangue. A quell'ora Rodion doveva essere disteso, col collo rotto, sopra una panca nella camera funeraria: si sapeva che i medici dell'università dovevano fargli la necroscopia.

Mosse qualche passo su e giù pel salotto, poi si fermò davanti ad Ogareff, che si era seduto quasi compostamente.

— Abbiamo disobbedito.

— Disobbedito?!

— Sì, all'ordine di Loris: avremmo dovuto trovarci tutti nel campo.

— Una sua guasconata, che ti ha fatto molta impressione, disse Ogareff. Via, non pensiamoci più. Povero Rodion! ha saputo morire nobilmente; verrà forse anche per noi l'occasione, e allora ci ricorderemo di lui per imitarlo, se non saremo riusciti prima a vendicarlo. Adesso viviamo. Lo Czar può interrompere la nostra vita, ma non toglierle la primavera.

Nullameno la sua voce restava malinconica: afferrò Olga per la vita e, costringendola a sedersi sul divano, le cinse un braccio al collo.

— Sei stata a cena con Ossinskj l'altra sera? È dunque così forte, mia bella Olga, che abbia potuto fissarti? Raccontami la tua notte bianca fra questo bianco polare, che una volta ti piaceva tanto.

Olga alzò le spalle.

— Stanca pure di Ossinskj! esclamò l'altro.