— Tu, si rivolse il conte al mugik, mentre chiudeva l'uscio dietro al portinaio ma in modo da essere inteso da questo, attendi un mio ordine per sturare le bottiglie; se la prova non riuscisse, per San Sergio, non beveranno.

Nell'altra stanza il silenzio seguitava.

Quando il giovane conte entrò rigettandosi famigliarmente la pelliccia dalle spalle e scoprendosi in tutta l'eleganza della moda, con un soprabito nero attilato e calzoni scuri entro gli stivali di pelle lucida, tutti lo guardarono simpaticamente. Erano seduti intorno al tavolo: Andrea Petrovich padrone di casa stava al piano, Sergio Nicolaievich Lemm era accanto a Kepskj, che aveva deposto il proprio violino sulla cassa del pianoforte: il poeta Fedor lungo disteso sopra un divano sembrava dormire, Boris Slotkin col corpo sottile e la testa grossa rigettata sulla spalliera della sedia guardava insistentemente al soffitto, quasi per sottrarsi ai discorsi che già s'erano fatti, e stavano per ricominciare; mentre Michele Romanovich Ossinskj, che aveva accompagnato il giovane conte Ogareff, di lui non meno giovane, si era avvicinato alla stufa e si scaldava le mani con atti nervosi.

— Nessuna notizia, Dmitri Alessandrovich? domandarono simultaneamente più voci ma con scoraggiamento maggiore della curiosità.

— Nessuna.

— Povero Rodion! mormorò Fedor levandosi in sussulto dal divano.

Il samovar acceso mandava un alito leggiero di fumo cantando la canzone del the, piena di gorgogli, dai quali ogni tanto saliva uno strido sommesso.

— Un altro, un altro ancora, poi altri daccapo, fino a quando? Forse per sempre! È lungo questo martirologio, seguitò Fedor scuotendo amaramente la testa e agitando una mano quasi a minaccia: chi ne conosce l'origine? La Russia è come un immenso lido, sul quale si siano accavallate tutte le invasioni. Gli Ural, che ci dividono dall'Asia, sono così poco alti che la schiuma delle invasioni orientali rimbalzando alle loro falde e sorvolando le loro creste è sempre discesa sul nostro versante. Da quando è cominciato il martirio del popolo russo? Come il popolo ebreo, esso è entrato nella storia mediante una cattività: la sua vita comincia dall'indietreggiare nel passato dei Tartari, nei quali spira l'ultima idea e s'acqueta l'ultima passione orientale. Il cammino della nostra storia è segnato dai Kourganes delle steppe, sepolcri di tribù dimenticate, sui quali i pastori accendono i fari per la marcia del loro gregge. Che cosa è stata la Russia nella storia del mondo? La nostra razza, che chiamiamo slava dal nome della gloria, mentre i latini dal nostro nome trassero quello di schiavi, che cosa ha fatto al momento che Alessandro colla falange macedone sventrava l'Oriente illuminandolo colla cultura greca, quando Roma riaprendo la strada di Alessandro riuniva tutto il mondo intorno a sè medesima, quando oltre il raggio del pensiero greco-romano l'Oriente accumulava più vaste conquiste, più numerose religioni, più colossali arti, scienze più misteriose e filosofie più profonde che nell'Occidente? Che cosa accadeva nelle nostre steppe? Greggi di uomini e di animali vi pascevano: le pecore vi abbassavano la testa verso l'erba e i pastori verso la terra; l'uomo era più schiavo della bestia. Non abbiamo poemi, perchè la nostra prima vita fu senza gloria, monotona e sconsolata come la steppa.

— Vuoi tu farci una accorante lezione di storia? gridò Martino Ivanovich Kepskj.

— Non s'insegna ciò che non è, rispose amaramente Fedor.