La sera era già calata. Dagli alti vetri si travedeva ancora la campagna in una nebbia malinconica, alcune isbe fumavano. A quell'ora tutti nel villaggio erano raccolti intorno alle immense stufe per la veglia; le sacre iconi sogguardavano dall'alto alla tremula fiammella di un lumicino, acceso sui loro piedi; la gente andava e veniva nella penombra, gli angoli dei vasti stanzoni si perdevano nel buio. Tutti quei poveri, felici nella loro abbiettezza, s'amavano spesso promiscuamente, trovando l'amore nell'irritazione della fame o nel gorgoglio dell'ebbrezza.

Loris guardava dalla finestra. Egli conosceva quelle isbe, che sognava di trasformare in casematte. La neve s'allontanava nell'infinito della sera, sotto il cielo plumbeo, bianca e fredda senza una macchia. Così per duecento giorni, in tutti gli inverni; quindi la primavera scoppiava improvvisa come un petardo, poi l'estate avvampava come un incendio e non molto più lungo, e da capo l'autunno coi presentimenti lividi dell'inverno, e i giorni che sembrano cadere anzi tempo nella notte; finalmente l'inverno, candido, gelido, uniforme, col silenzio di ogni attività, ricacciava tutta la gente nelle isole, costringendola a rannicchiarsi in sè medesima e a perdere col ricordo dell'ultima estate anche la speranza della futura primavera.

Nella Russia il vero Czar, il tiranno, era l'inverno, che vi arrestava la vita rallentando la storia.

Loris si tolse dalla finestra, udendo battere alla porta. Era un servo, che veniva a pregarlo da parte del principe di passare nel gabinetto della principessa.

Loris sorprese il primo sguardo di Tatiana, che lo spiava ansiosamente.

— Avete avuto torto di non accompagnarci, disse il principe con allegria forzata: ci avreste tenuto caldo solo colla vostra presenza.

Ma il calore del gabinetto era quasi insopportabile, Loris ne fece l'osservazione.

Tatiana sembrava di buon umore.

Si mise al pianoforte e suonò un valtzer di Chopin. Era una di quelle fantasticherie piene di singulti e di appelli, che il grande infermo aveva ritmato sul tempo di un ballo quasi per schernirne dolorosamente l'idealità; e vi si sentiva una angoscia profonda, mentre alcune frasi luminose vi si increspavano sopra, come acque lucenti di un gorgo, nel quale molti fossero periti. Tatiana suonava mollemente.

Il principe si era disteso sopra una poltrona, voltandole quasi le spalle.